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libri: Sicilia 1713 26/7/2006

 

SICILIA 1713 RELAZIONI PER VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA
di Salvo di Matteo
edito
dalla Fondazione Culturale Lauro Chiazzese della Sicilcassa
anno 1994

Interessante volume che riprende, fra le altre le relazioni, quelle fatte ad inizio ‘700 dal Cavaliere Castellalfero a Vittorio Amedeo di Savoia, che fu Re di Sicilia dal 1713 al 1718.
Queste relazioni, che aprono il volume, riguardano le esplorazioni delle intere coste della Sicilia, compiute su incarico reale da Alessandro Ignazio Francesco Amico. Vi sono anche numerose osservazioni a carattere generale e pareri sulla costruzione di fortificazioni difensive.

Questo l’indice completo del volume:
- Premessa di Francesco Pillitteri
- Introduzione di Salvo Di Matteo
- Relazioni sulla Sicilia per Vittorio Amedeo di Savoia
- Alessandro Ignazio Amico di Castellalfero
"Relazione istoriografica delle città, castelli, forti e torri esistenti ne’ littorali del Regno di Sicilia"
- Anonimo spagnolo
"Relatione generale dello stato presente del Regno di Sicilia"
- Giuseppe Gari
"Trattato delle piazze d’armi e fortezze del Regno di Sicilia"
- Card. Francesco Del Giudice
"Notitie per il governo del Regno di Sicilia"
- Andrea Statela
"Relatione generale del Regno di Sicilia"
- Marchese di Trivié
"Notitie riguardanti il Regno di Sicilia, cioè: Memoria del prete D. Francesco Gerboni concernente la qualità del Paese; Memoria sovra le prerogative del Tribunale del S. Officio; Notitie generali sovra le qualità del Regno"
- Carlo Gerolamo Battaglia
"Notizia generale di tutto quello che si ritrova nel Regno di Sicilia"
- Agatino Aparo
"Memoria dello stato politico della Sicilia"


Qui sotto vi è una parte dell’introduzione del volume, scritta da Salvo di Matteo, il quale ha curato anche la stesura di tutto il volume, compreso un leggero adattamento dei testi originali ad un italiano più corrente.

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Le relazioni sulla Sicilia (1713-1714)
Vittorio Amedeo era - si è visto - tutt'altro che disinformato delle condizioni e dell'organizzazione istituzionale dell'isola, quando venne in Sicilia: cosa che, del resto, apparteneva al suo spirito razionalistico, alla sua mentalità sistematica, alla disciplina dei suoi comportamenti.
Con la complessa realtà ambientale del paese aveva cominciato a prendere contatti conoscitivi già all'indomani delle decisioni di Utrecht; in Torino, alla Venaria, alle numerose e folte ambascerie venute a ossequiarlo dal suo nuovo regno non aveva mancato di chiedere ogni notizia sulle cose di Sicilia; e in particolare s'intrattenne a parlarne col cavaliere Carlo Requesenz, fratello del principe di Pantelleria, giunto fra i primi all'inizio di giugno. Ma poi molte altre furono le fonti delle sue informazioni: egli stesso ne sollecitò, facendo scrivere a varie personalità al corrente delle faccende dell'isola che gli comunicassero gli opportuni ragguagli sulle condizioni del paese, sullo stato dell'amministrazione e delle difese, sui costumi degli abitanti, sulle istituzioni; altre gli pervennero, non richieste, da personaggi talora oscuri e solo desiderosi di assicurarsi con la loro iniziativa il favore del monarca o sinceramente desiderosi di giovare all'azione di governo; alcune relazioni furono, infine, frutto di incombenze più tardi commesse a speciali incaricati.
Si rivolse, ad esempio, al cardinale Del Giudice, stato viceré in Sicilia nei primi anni del secolo e a quel tempo residente a Madrid, assiduo alla corte di Filippo V e della consorte Maria Luisa di Savoia, il quale gli comunicò "quei lumi che forse non sono generalmente avvertiti e possono contribuire al regolato governo del regno di Sicilia... acquistati in quattro anni di risidenza"; dal marchese di Trivié, un piemontese che nel settembre del 1713 spedirà ambasciatore a Londra, si fece raccogliere alcune memorie di gente ch'era stata in Sicilia; e così altre relazioni gli trasmisero l'abate di Lavriano, il senatore Dentis, ch'era un piccolo feudatario della zona d'Ivrea, e - preziosissima questa - un nobile siciliano da tempo residente a Torino, il barone Agatino Aparo, ben al corrente tuttavia delle cose della sua terra.
a molti siciliani ricevette inoltre il sovrano una varia letteratura sull'isola: dal principe di Campofiorito, don Luigi Reggio e Branciforte, uno dei signori venuti a riverirlo a Torino, che, probabilmente per richiesta del re, gli spedì poi una breve Relatione generale dello stato presente del regno di Sicilia, qualità e situazione delle piazze, città e porti e un'altra sulla città di Palermo; dal gentiluomo Carlo Gerolamo Battaglia, forse anch'egli componente d'una delle comitive recatesi in Piemonte; da un tal capitano Giuseppe Gari, nobiluomo di Taormina, come si professa, zelantissimo nel segnalare al sovrano lo stato delle difese della Sicilia; da un troppo ossequioso e cortigianesco, ma informatissimo, Andrea Statella. Era tanto, alla fine, quel materiale e così composito e frammentario, che un funzionario regio, il presidente Presset, si preoccupò di dargli organica sistemazione in un diligente "Ristretto", che costituisce una sorta di guida disposta per argomenti. Peccato che, redatto nel 1713, tale sommario non sia stato poi aggiornato con la documentazione d'epoca successiva.
Del 1714 è, infatti, una fondamentale descrizione dello stato dei litorali della Sicilia, compilata da un nobile astigiano, il cavaliere di Castellalfero, ingegnere e colonnello d'artiglieria, incaricato dal sovrano di una attenta ricognizione lungo le coste dell’isola, il quale altre più modeste relazioni redasse, come vedremo, sulle fortificazioni e sull'armamento delle piazzeforti del Regno. Chiare le finalità eminentemente militari della missione dell'ufficiale piemontese: del resto, non diversamente si spiegherebbe l'affidamento del mandato a un tecnico d'artiglieria, anche se poi non il solo rilievo della costa e la valutazione dello stato delle fortificazioni costiere rientrarono nel resoconto dell'inviato di Vittorio Amedeo, cui non sfuggirono i profili economici oltre che topografici e logistici dell'oggetto della propria missione.
Il materiale raccolto - quello pervenuto a Corte prima della partenza di Vittorio Amedeo, le relazioni e i rapporti successivamente trasmessi, le carte infine portate seco dalla Sicilia dal viceré Maffei - venne depositato nella Segreteria regia, donde confluì più tardi nell'Archivio di Stato di Torino, sistemato in un cosiddetto "Guardaroba del Regno di Sicilia", oggi più modernamente "Fondo Sicilia".
Fu Antonio Salinas, allora giovanissimo ufficiale di seconda classe nel Grande Archivio di Palermo e impegnato in alcuni lavori di carattere archivistico-diplomatico prima di dedicarsi interamente agli studi archeologici, che, inviato nell'aprile del 1861 dal Ministero a Torino allo scopo di ricercarvi i documenti relativi al regno in Sicilia di Vittorio Amedeo II, per primo ebbe a dar notizia di quell'inesplorato fondo in un'agile pubblicazione venuta alla luce nello stesso anno; e, dopo di lui, nel 1872, il palazzese Giuseppe Spata, che poté esaminare le carte durante il suo breve servizio nel R. Archivio di Torino; ultimo a interessarsene, negli anni 1910-11, il torinese Paolo Revelli, storico della geografia e della cartografia, seppure limitatamente alle scritture d'argomento geografico e corografico.
Malgrado, dunque, da più di un secolo ne fosse nota l'esistenza, il fondo è rimasto sostanzialmente inedito; solo due documenti hanno visto la luce, nel primo quindicennio del nostro secolo, nelle pagine dell'"Archivio storico per la Sicilia orientale": fra queste, l’importante Memoria dello stato politico della Sicilia del barone Aparo, uno scritto ricco di notizie e di suggerimenti che decisivamente, come già accennato, hanno influenzato le risoluzioni di Vittorio Amedeo e che, redatto dall'Autore in francese, e nel testo originale pubblicato per la prima volta nel 1734 ad Amsterdam, apparve poi in traduzione italiana nel 1915 nella rivista catanese, che l'anno prima aveva pubblicato la Notitia generale di tutto quello che si ritrova nel Regno di Sicilia del Battaglia; ma di ciò vedremo a suo luogo.
A noi è parso che, non solo questi due documenti, testimonianza delle condizioni e dei bisogni dell'isola all'inizio del breve regno sabaudo, ma anche gli altri qui trascritti meritassero di vedere la luce in una organica raccolta che ci parli della Sicilia del 1713 attraverso le attestazioni di indigeni e forestieri, cittadini del paese e inviati speciali al servizio del governo, tutti ugualmente viaggiatori - nella dimensione dell'analisi politica e di costume o nell'altra più diretta dell'esplorazione sul campo - all’interno di una realtà che, appunto in virtù di siffatte memorie, meglio si definisce e sostanzia.
Ciò spiega l'inserimento in questo volume di scritti di autori che in realtà "viaggiatori" non sono: unico "viaggiatore", più esattamente "esploratore", è il Castellalfero, straniero al paese, spedito a percorrere e descrivere la Sicilia lungo il perimetro delle sue coste; e per questo, non solo per i suoi caratteri introduttivi (il documento ci appresta, infatti, il preliminare ragguaglio geografico), la relazione del piemontese, sebbene cronologicamente posteriore di alcuni mesi alle altre qui pubblicate, apre il volume. Ma si avverta che lo scritto è, nella letteratura del suo genere, un autentico strumento di riferimento, frutto della ricognizione accurata di un esperto, la prima condotta a distanza di quasi un secolo e mezzo da quelle più note di Tiburzio Spannocchi e del Camilliani e perciò suscettibile di aggiornarne i dati e comunque di consentirci gli opportuni confronti.
Quanto ai suoi contenuti, non solo lo stato delle coste la relazione documenta e le loro potenzialità strategiche, ma anche la condizione delle piazze marittime; rileva la presenza e lo stato di torri e tonnare, di corsi e sorgenti d'acqua e le capacità ricettive di seni e ridotti, con molte informazioni sulle difese costiere; aggiunge ragguagli di prima mano sulle attività economiche dei siti (città, terre, caricatori) e, poiché anche in ciò era l'obiettivo del periplo dell'inviato, informa sui commerci di frodo che dai baroni e da altri privati in molti luoghi si operavano a detrimento del fisco. Sicché ci sembra che ingiustamente sia stato fin qui negletto questo interessante documento.
Dicevamo unico viaggiatore il Castellalfero, ma non il solo forestiero, in verità, a parlarci in questo volume della Sicilia: spagnolo è, infatti, l’anonimo autore della seconda relazione, probabilmente un militare o un funzionario che scriveva per il suo governo negli ultimi giorni del Viceregno, in un clima di estrema incertezza per le sorti dell'isola (sono trasparenti nel chirografo le preoccupazioni per la sua difesa). Redatta in spagnolo, la sua Relatione generale dello stato presente del Regno di Sicilia, rinvenuta probabilmente fra gli scarti di cancelleria all'avvento del Savoia o consegnata ai nuovi padroni da uno zelante impiegato di segreteria, preoccupato - come tanti siciliani, del resto - di assicurarsi la benevolenza dei vincitori, venne fatta tradurre perché più intelligibile risultasse a coloro che dovevano farne uso; nel fondo archivistico insieme con l'originale si conserva la traduzione italiana, da noi prescelta per questa raccolta.
Infine, sono ancora forestieri coloro che ci trasmettono informazioni sulla Sicilia dalle carte che il marchese di Trivié mette insieme per il proprio sovrano. Conosciamo il primo scrittore per qualche notizia che dà di sé: è un sacerdote, forse romano, don Francesco Gerboni, stato in Sicilia per tre anni come segretario dapprima del vescovo di Mazara e successivamente del principe di Niscemi, don Giuseppe Valguarnera, maestro razionale e decano del Tribunale del R. Patrimonio; adesso in Piemonte serve il marchese. Altri due scritti di questo gruppo sono adespoti: trattasi di un brevissimo testo in francese sull'Inquisizione siciliana estrapolato da una corrispondenza; assai più interessante l'ultimo scritto per le informazioni che contiene, anch'esso da attribuirsi ad un autore non indigeno (scrive "quel Regno", parlando della Sicilia, anziché "questo Regno"; crede che Palermo sia capitale del Valdinoto; qualche cosa riferisce per sentito dire); eppure questo ignoto corrispondente, forestiero ma, come sembra, almeno per qualche periodo residente in Sicilia - crederemmo un commerciante o un funzionario diplomatico -, ben disposto a dare ulteriori notizie se richiesto, fornisce ragguagli di grande interesse: si veda quel che dice, ad esempio, sulla pletora dei pubblici dipendenti e sul disordine istituzionale e burocratico del tempo in cui scrive. Siamo, è chiaro, ancora in tempo di Spagna, al trapasso dal Viceregno al Regno.


Ma torniamo al nostro Castellalfero. Si chiamava Alessandro Ignazio Francesco Amico e apparteneva alla più recente nobiltà subalpina: solo nel 1643 il nonno Alessandro, controllore delle Finanze dello Stato sabaudo, era stato investito, col titolo di cavaliere, del feudo nell'Astigiano da cui il casato trasse il nome; il nostro Alessandro ne venne investito il 10 marzo 1699, succedendo al genitore, il referendario Bartolomeo; del feudo farà poi donazione nel 1728 al figlio Bartolomeo Giuseppe, col quale la famiglia otterrà nel 1741 titolo comitale. Lui, intanto, era stato nominato governatore di Ivrea, carica che detenne dal 1727 al 1733: e questa è la data estrema della sua vita che conosciamo e che sembra consegnarci un uomo almeno sessagenario.
Era tenente colonnello di artiglieria nell'esercito sabaudo al tempo in cui, venuto in Sicilia al seguito di Vittorio Amedeo o qui fatto venire in un secondo tempo (comunque prima che finisse il 1713) dal Piemonte, intraprese il periplo dell'isola, compiendo un difficile viaggio in pieno inverno, con l'assistenza del primo commesso d'artiglieria Francesco Cagnoli; ma il sovrano aveva ben visto, scegliendo in quello scrupoloso militare, ch'era anche ingegnere ed esperto di fortificazioni, l’uomo giusto per portare a compimento la missione: la quale poi richiedeva capacità d'analisi ad ampio spettro, trattandosi - come si è detto - non solo di redigere il rilievo delle coste in un'ottica eminentemente strategica e difensiva, e quindi d'ordine topografico e militare, ma anche di raccogliere il maggior numero di dati riferiti all'organizzazione delle città e alle attività economiche e mercantili. La relazione finale dell'ispezione doveva offrire, quindi, il quadro complessivo della realtà della Sicilia lungo le sue marine e allo stesso tempo costituire lo strumento conoscitivo per i provvedimenti da adottare sulle fortificazioni costiere.
Il viaggio ebbe inizio il 2 gennaio 1714, partendo per mare da Palermo in direzione di ponente, ed ebbe termine col ritorno in città il 1° aprile: durò quindi esattamente tre mesi, nel corso dei quali il Castellalfero prese ogni puntuale annotazione e forse dovette nelle soste della navigazione applicarsi a una prima stesura del resoconto, se il 14 aprile - come risulta dalla datazione apposta in frontespizio - esso era già steso in bella. Diligentemente s'era curato, prima d'intraprendere la missione, di consultare la più recente pubblicistica corografica sulla Sicilia, e certamente tenne presente La Sicilia in prospettiva del Massa, da poco edita al suo tempo, della quale infatti qualche eco ricorre nella sua prosa. Redasse anche il rilievo cartografico delle coste, ma di un tale materiale iconografico, certamente di grande interesse per gli studi storici, non è traccia fra le carte d'archivio.
La relazione (Relazione istoriografica delle città, castelli, forti e torri esistenti ne' littorali del Regno di Sicilia, con le annotazioni delle cale, punte, grotte, porti e trafichi che attorno il medemo si fanno) accompagnò il re a Torino, e da qui il 30 gennaio 1715 riprese la strada per Palermo, spedita dal sovrano al viceré Maffei perché opportunamente se ne avvalesse per le operazioni della difesa costiera. Non fu l'unico risultato - sebbene il più cospicuo - della trasferta nell'isola di quel cavaliere, che poi altre più minute compilazioni eseguì: alcuni inventari delle "torri e castelli che circondano il lido del Regno" e "di tutto ciò che si ritrova nelle torri reali che circondano il Regno di Sicilia alla ripa del mare", uno "Stato generale o sia relatione di tutta l'artiglieria... in caduna piazza del Regno di Sicilia", e persino - sebbene più tardi - alcune memorie "sugli abusi che si praticano nel Regno".
Appunto la redazione di quest'ultimo chirografo, databile forse al 1715, induce a ritenere ancora presente e operante in quell'anno nell'isola il Castellalfero; in ogni caso, che la sua missione in Sicilia non si sia esaurita con la consegna al re della Relazione istoriografica e ch'egli debba invece essersi fermato ancora per qualche tempo nel paese sembra dover arguirsi dalla richiesta avanzata il 23 settembre 1714 dal Gran Maestro di Malta, Perellos, al viceré Maffei perché spedisse nella sua isola l'ufficiale piemontese allo scopo di studiarne le fortificazioni e proporre gli opportuni rimedi. Castellalfero non venne mandato, però, a Malta, perché il viceré, segnalata la richiesta del Gran Maestro al sovrano, n'ebbe risposta che, semmai, "potrete mandargli quel capitano d’artiglieria che stimerete più proprio per porre in qualche ordine quei magazzeni".
lnsieme con questo tecnico il Perellos aveva richiesto l'invio a Malta di Giuseppe Ignazio Bertola, un ingegnere esperto di fortificazioni che Vittorio Amedeo di Savoia aveva con un gruppo d'altri specialisti condotto seco dal Piemonte per studiare le condizioni delle difese di Palermo e progettarne il rinnovamento: e il Bertola, in effetti, scrupolosamente si applicò a indagare lo stato delle difese della città, di cui redasse un artificioso e greve progetto di potenziamento, rimasto per fortuna inattuato. Comunque, al di là dei concreti risultati conseguiti, il trasferimento in Sicilia di tanti esperti militari, incaricati di eseguire rilievi costieri o di elaborare piani di fortificazione, vale a focalizzare la consapevolezza nel sovrano sabaudo - naturalmente sensibile a siffatte problematiche per provenire egli stesso da una regione di confine - del ruolo strategico della Sicilia e degli interessi che ne minacciavano la sicurezza, e ne lumeggia l'apertura culturale con cui operò l'approccio alla soluzione degli ardui problemi difensivi del territorio.
Egli, dunque, assillato da fondamentali esigenze conoscitive, conscio dell'esigenza non solo di risanare, ma anche di render forte il suo regno, raccolse relazioni su ogni cosa che riguardasse la Sicilia, a specialisti affidò di indagare la realtà topografica dei litorali e di rendergliene il completo ragguaglio, fece mettere in cantiere ambiziosi progetti di fortificazione, che poi gli mancò l'occasione di eseguire: ciò, tuttavia, nulla toglie ai meriti del suo diligente operare. Un altro della sua casa, il figlio principe di Piemonte, non meno di lui fu aperto alla conoscenza del territorio, sebbene coniugando nei professati intendimenti inclinazione al dato topografico e gusto della rappresentazione oleografica: pensò infatti a una raccolta di piante delle città e delle piazzeforti dell'isola, tutte d'ugual misura, e a tal fine il 28 novembre 1714 incaricò il viceré Maffei che facesse eseguire "li quadri o siano piante di tutte le città e piazze del Regno da qualche buon pittore, quali quadri dovranno essere d’un piede d’altezza e d’un piede e mezzo di larghezza" e glieli spedisse a Torino; ed è gran peccato che la morte prematura di questo principe, nel 1715, non avesse consentito la realizzazione dell'impresa.



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