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Castell'Alfero descritta dal Generale Dezzani 21/1/2006

Pubblico qui, per gentile concessione degli eredi il testo integrale del libro LA VALLE DEL TORRENTE VERSA ED I SUOI CASTELLI del Generale frinchese Edoardo Dezzani, edito nel 1959 dalla Scuola Tipografica S. Giuseppe di Asti.
Il libro si suddivide in 2 parti ben distinte, una delle quali interamente dedicata a Castell'Alfero.

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Gen. EDOARDO DEZZANI
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LA VALLE DEL  TORRENTE  VERSA
ED  I  SUOI  CASTELLI


SCUOLA  TIP.  S.  GIUSEPPE
ASTI  -  1959


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PREFAZIONE

 

Mentre stavo facendo ricerca di notizie su Frinco, che furono pubblicate nel 1949, ho trovato spesso citati i vari paesi circostanti per fatti che avevano relazione con quelli riguardanti quel paese ed allora mi sorse l’idea di raccogliere tutti gli avvenimenti storici e le varie tradizioni che si riferivano ai paesi del bacino del torrente Versa, onde riunire in un breve opuscolo tutto quanto si conosce di ciascuno di essi ora sparso nei lavori di molti storiografi astigiani e monferrini nonché in varie altre pubblicazioni.
E' una raccolta succinta e sommaria dei paesi. che coronano le colline della valle Versa a cominciare da Castiglione fino al più settentrionale, Cocconato, che tanti avvenimenti comuni hanno avuto nei tempi passati. E non ho voluto dimenticare le Parrocchie e le altre numerosissime Chiese che costituiscono un prezioso patrimonio artistico, culturale e religioso che sta a testimoniare la fede e la religione dei nostri padri i quali alla Divinità ed ai Santi. erano profondamente devoti e ad essi ricorrevano nelle loro calamità per averne conforto e forza nei momenti più gravi e critici.
Le principali fonti di notizie sono state le storie astigiane del Grassi, Ventura, Gabiani, Garrini, Decanis, Gabotto, il Dizionario storico-geografico del Casalis, il Codice Astese, le antiche carte dell’Archivio Capitolare di Asti, il Libro Verde dell’Assandria e, per quanto riguarda le Chiese, l’Archivio della Curia Vescovile di Asti e delle varie Parrocchie, nonché l’aiuto prezioso di tutti i Parroci dei vari paesi, che io ringrazio vivamente per essermi stati larghi di utili informazioni riguardanti fatti e tradizioni locali di cui non si trova riscontro nelle varie storie e cronache.
Scopo di questa pubblicazione è la rievocazione delle più importanti vicende di questa antica e storica regione, nella fiducia che possa interessare gli abitanti dei vari paesi e nello stesso tempo nella lusinghiera speranza di portare un contributo, col provento della vendita, ad istituti benefici dei vari paesi.



 
PARTE I

Castell'Alfero

Generalità - Il paese di Castell’Alfero (Castrum Alferii) sorge su un'amena collina a 235 metri di altitudine sulla destra del torrente Versa, a circa 12 Km. a nord di Asti, con una estensione territoriale di 1997 ettari; il concentrico è riunito in un gruppo compatto di bei caseggiati attorno alla parte più alta della collina dove sorgeva l'antico castello, e l'abitato si prolunga verso occidente con numerosi gruppi di case in regione Perno e più ad ovest ancora trovasi la frazione di Callianetto, dipendente da questo comune, il quale conta 2400 abitanti; una vasta borgata si è formata in questi ultimi cento anni nel piano della valle Versa nei pressi della stazione ferroviaria e dista dal capoluogo circa due chilometri.
Il punto più elevato del concentrico è circondato da un alto recinto murato al quale si accede da due antiche porte; quivi sorgeva l’antico castello andato distrutto in epoca non precisata, e sostituito dall'attuale che è piuttosto un grande palazzo di non lontana e vaga costruzione che si deve alla famiglia Amico, la quale succedeva ai Germanio dei marchesi di Ceva nella signoria del paese; alti e robusti muraglioni si scorgono tuttavia attorno a quello che si chiama sempre il castello e anche nell'interno del paese, che sono testimoni della forte e vasta cintura che proteggeva il nucleo centrale dell'abitato.

Origine del paese - Non è accertata l'epoca precisa in cui sorse il vecchio primitivo castello nonché l'abitato del villaggio, che però è circoscritta fra i1 1190 ed il 1290.
Quintino Sella nelle considerazioni sul Codice Astese a pagina XVII del primo volume, scrive: «E' stato affermato dal Dasini in "Codices manuscripti" e dal Casalis nel suo Dizionario storico-geografico, che dopo la distruzione della villa di Guadarabio per opera del marchese di Monferrato fu edificata dagli astigiani verso il 1290 una nuova villa la quale dal nome di Ogerio Alfieri, sindaco e procuratore del Comune di Asti per questa costruzione, fu chiamata Castrum Alferii ed ora dicesi Castell'Alfero. Ma quelle asserzioni non sono confermate dal Codice Astese, il quale con parecchi documenti (del 747 al 753) dimostra che Castell'Alfero esisteva già un secolo prima; cioè nel 1189».
E' certamente provato che il nome di Castell'Alfero esisteva già nel 1189 non solo dai documenti accennati dal Sella ma anche da un atto del 1191 riportante una convenzione tra gli astigiani ed il marchese di Monferrato concluso il 25 agosto di detto anno nel territorio di Castell'Alfero nei pressi del torrente Versa.
Ma questa denominazione di Castell'Alfero si riferisce al paese sulla collina o non piuttosto a quello che, come scrive Ogerio Alfieri, esisteva nella pianura? La cosa è controversa e vi sono sostenitori dell'una e dell'altra versione. Sta di fatto che dopo la distruzione delle case di S. Pietro di Guadarobio e delle altre esistenti in basso, avvenuta nel 1290 ad opera dei monferrini, quegli abitanti si rifugiarono in Asti e quivi rimasero fino a guerra ultimata quando, ritornati nella loro terra ed aiutati dagli astigiani, riedificarono le loro case, ma non più nel sito di prima, bensì in collina, cingendosi di mura e costruendo un castello per avere più facilmente possibilità di opporsi ad ogni offesa.
Se questo castello sull'alto fosse già esistito prima non pare che quegli abitanti della valle vi avrebbero potuto trovare rifugio anziché andare in Asti? Anche il fatto che l’attuale Parrocchia del paese s'intitola a S. Pietro sta a dimostrare che essa fu costruita dopo la distruzione di quella sotto lo stesso titolo di Guadarobio.
Si potrebbe quindi ritenere che la denominazione di “Castrum Alferii” citata nei documenti cui si riferisce il Sella, riguardi il vecchio abitato di fondo valle dove pure eranvi fortificazioni e ne è prova l’esistenza di una vecchia torre, scomparsa poco più di un secolo fa, situata presso la cascina Boana, ai piedi della collina e nelle adiacenze della località in cui stava San Pietro di Guadarobio, regione che ancora adesso è chiamata Villa Vecchia (Villa Veia).
Induce del resto a ritenere verosimile questa interpretazione quanto scrive Ogerio Alfieri nella sua cronaca, dove così si esprime: «Villa Castri Alferii posita est per commune astense in plana de Versa ubi dicitur ad Guadarobium sive ad burgum sancti Petrii et homines dicte ville facti sunt cives astensis».
Dunque Castrum Alferii era posto nella piana della Versa o non piuttosto fu l'Ogerio Alfieri ad attribuire tale nome all'abitato di fondo valle quando già esisteva il nuovo paese sulla collina? L'Ogerio scriveva la sua cronaca quando già gli abitanti del piano si erano trasferiti sull’alto e attribuiva la stessa denominazione all'abitato in basso per i fatti anteriori avvenuti negli anni 1189 e 1191, che egli registrava ora ad un secolo di distanza.
Una prova manifesta che il nome di Castrum Alferii, attribuito erroneamente all'abitato di fondo valle per fatti anteriori di un secolo, fatti successi quando Ogerio Alfieri non era ancora nato, sia invece stato adottato solo a costruzione avvenuta del nuovo paese sulla collina sta nel fatto che quella denominazione era stata scelta in omaggio a Ogerio Alfieri, che quale sindaco e procuratore della città di Asti, era stato il più caldo sostenitore di quegli abitanti ai quali fece concedere tutti gli aiuti per la ricostruzione.
Oltre al Dasini ed al Casalis, già citati da Quintino Sella, sono di questa opinione Gian Secondo Decanis e Secondo Ventura. Così scrive il Decanis in Corografia astigiana: « et ibi sunt cives Ast.; da questo appare che la villa di Castell'Alfero fu fondata dagli astigiani nel consolato di qualche individuo della famiglia Alfieri, a cui probabilmente fu data l'incombenza di organizzare la nuova terra, non già che uno degli Alfieri sia stato feudatario; in questo caso non sarebbero dal cronista qualificati quegli abitanti cittadini di Asti, cioè immediatamente soggetti al governo astigiano, quando si sa che gli abitanti di una terra soggetta ad un feudatario non godevano la cittadinanza immediata. Riteniamo altresì che essa era sita vicino alla cascina Boana, metà collina verso levante, di cui fu suppressa una torre anni otto o nove circa (egli scriveva sul principio del 1800) che dominava detta regione di San Pietro, che tuttavia tale si chiama e detta situazione è presentemente di casa Amico, nella pianura, cioè nella valle Versa, nel sito che appellavasi il borgo di San Pietro. Verso la fine del XII secolo il comune di Asti era in guerra col marchese di Monferrato, il quale ben sovente faceva scorrerie nella valle Versa, per cui poteva agevolmente discendere dagli stati suoi e far guerra agli astigiani. Ritiransi perciò quegli abitanti in Asti ed è allora che furono dichiarati cittadini e presi sotto la immediata protezione della città. Terminata poi là guerra ottennero di trasportare la loro sede sul colle, che anzi coll'aiuto della stessa città, che loro somministrò il bisognevole, fabbricarono l'attuale terra ed in memoria della antica denominazione diedero alla nuova Parrocchia il titolo di San Pietro».
Il cronista Secondo Ventura nella sua cronaca manoscritta scrive: «La villa di Castell'Alfero è delle antiche ville della città di Asti ed anticamente era nella pianura vicino al rivo della Versa; ma per la guerra essendo stata manomessa dal marchese di Monferrato venne per opera dei Solari non solo costruita ove di presente si trova, ma circondata di muraglie e passi; e siccome chiamavasi villa Rabiosa, Guadarabium o borgo S. Pietro, si denominò quindi Castell’Alfero, perciocchè essendo Ogerio Alfieri sindaco, per opera di lui fu ristorato e ciò risulta accaduto verso il 1290».
Il Ventura è contemporaneo a questi avvenimenti e quanto egli scrive ha quindi tutta la garanzia di rispondere a verità.
Abbiamo voluto per precisione storica citare le varie interpretazioni sull’origine del paese e ciascuno potrà scegliere la versione che gli riuscirà più convincente; ad ogni modo è certo che l'attuale Castell'Alfero ebbe origine dagli abitanti che erano in valle.



Il paese sotto la protezione di Asti - I castelferini continuarono così a vivere sotto la protezione degli astigiani; il 3 agosto del 1333 ebbe luogo in Asti una solenne dichiarazione in virtù della quale gli abitanti di questa terra furono confermati nei loro privilegi di cittadini di Asti e proclamati liberi da qualsiasi dipendenza, tranne quella di Asti di cui facevano parte ed in tal modo furono sottratti alle pretese degli Alfieri di Magliano, i quali pare avessero mire su questo luogo, essendosi decretato ad un tempo che «nulla persona potest nec debet habere homigium aliquid in ipsa villa...; quod de Alferiis nec per ipsos nec per aliam aliquam personam undequaque sit, cuiuscumque conditionis existat, non audeat nec praesumat pubblice vel occulte petere vel requirere homagium sub paena librarum centum astensium, pro qualibet et pro qualibet vice» (nessuna persona può nè deve ricevere omaggio alcuno in detto villaggio; e per quel che riguarda gli Alfieri nè per loro nè per alcun'altra persona di dovunque sia di qualsiasi condizione non osi nè presuma pubblicamente o di nascosto di chiedere o ricercare omaggio sotto pena di cento lire astesi in qualunque caso).
Passata l'astigiana sotto il dominio degli Orlean, Castell'Alfero nel 1386 fu insieme ad altre terre del contado assegnata in dote a Valentina Visconti, andata a sposa a Carlo d'Orleans; dall'istrumento stipulato per questa assegnazione risulta che Castell'Alfero era una terra popolata e chiusa da mura e che formava parte della provincia di Asti, da cui nella precedente guerra tra Monferrato e Galeazzo Visconti era stata provvisoriamente staccata e passata al Monferrato per essere poi restituita alla città di Asti nel 1364 per via di cambio di terre stabilito nel trattato di pace stipulato il 22 gennaio di detto anno, in seguito a mediazione di Papa Urbano V tra i due contendenti. Nell'istrumento è scritto; «Castrum Alferii habens commun et obediens dicto domino Mediolani et civitati astense et de iurisdictione civitatis astensis». Si ha così la conferma che il paese aveva la sua amministrazione comunale, cioè un consiglio particolare, prerogativa di cui non godevano tutte le terre dell'astigiana che per la massima parte dipendevano invece da un feudatario o dal Vescovo. Ciò nonostante questo comune ebbe varie divergenze con la città di Asti; nell’archivio di questa città si conoscevano alcuni importanti documenti che riguardano i litigi insorti per ragione delle taglie fra gli abitanti del paese e quelli della città; questi dissidi furono definiti con una transazione del 20 giugno 1482, nella quale, ripromettendosi le parti dovervi essere perpetua pace e concordia fra loro si stabilirono le norme per una più equa ripartizione delle pubbliche imposte; un arbitrato del 19 dicembre 1561, proferito da cinque giureconsulti, col quale si determinava di nuovo che Asti e Castell'Alfero fossero un corpo unico, congiunto, sano e pacifico, che fossero compensate le tante spese reciproche sostenute per molti anni di guerra, che fossero ripartiti fra loro le dignità, gli onori le preminenze in modo che ogni uomo del villaggio godesse i privilegi del cittadino, il cittadino quelli del villaggio e tutti si chiamassero cittadini di Asti, che vi fosse perpetua alleanza per la difesa reciproca e l’uno fosse per l’altro disposto e pronto ad esporre le sostanze e la vita.

I signori dei paese - Ma passato Asti con tutto il contado alla dipendenza del duca di Savoia sulla fine del secolo XVI, questi il 19 febbraio del 1619, non tenendo conto dei precedenti accordi stipulati fra Asti e Castell'Alfero, dava il paese in feudo, con titolo comitale, a Gerolamo Germonio, dei marchesi di Ceva e dei signori di Sale.
Estintasi pochi anni dopo la linea dei Germonio, nel 1630 venne investito del feudo Alessandro Amico, controllore delle finanze e che fu il primo stipite della famiglia di questo nome.
Fu, sembra in questo torno di tempo, cioè contemporaneamente all'insediamento del feudatario che venne ricostruito il vecchio castello andato distrutto non si conosce bene se per eventi bellici od eventuale rovina.
Nel 1667 ad Alessandro Amico successe il figlio Bartolomeo e due anni dopo, nel 1669, fu investito del feudo il figlio di questi, Alessandro Ignazio Francesco; nel 1714 vi succedette il figlio di quest'ultimo, Bartolomeo Giuseppe e nel 1783 il figlio di questi, Paolo Gioachino; ultimo di questa famiglia fu S. E. il conte Luigi Amico, ministro di Stato, che morì senza prole nel 1832.
Sembra che abbiano avuto giurisdizione su questa terra i nobili Capris di Torino e che il duca Emanuele Filiberto prima degli Amico ne avesse investito Gasparre Berlingero, auditore di sua camera.

Vicende guerresche - Venendo ora ai pochi eventi bellici in cui il paese è stato coinvolto e di cui si è trovato notizia, dobbiamo risalire a quello che portò alla distruzione del borgo di S. Pietro di Guadarobio, a cui si è già accennato.
Gli astigiani, in guerra contro il marchese Guglielmo di Monferrato, aiutati dal conte Amedeo di Savoia si erano portati nelle vicinanze di Tonco con numerose truppe, ponendo il, campo nei pressi di quel paese; il marchese di Monferrato a capo del suo esercito mosse loro incontro e scontratosi cogli astigiani e savoiardi ebbe luogo una battaglia nella quale questi furono sconfitti ed inseguiti fin presso la città di Asti; fu durante questo inseguimento lungo la valle Versa che il borgo di San Pietro di Guadarobio fu incendiato e completamente distrutto e gli abitanti furono costretti a rifugiarsi in Asti per avere protezione.
Bisogna poi scendere di oltre quattro secoli, fino al 1705, per trovare fatti di guerra riguardanti il paese; fu nella guerra di successione di Spagna, durante la quale un reggimento di cavalleria francese nel 1705 occupò il paese e vi si sistemò a difesa; nel maggio dello stesso anno le truppe piemontesi mossero verso Castell'Alfero e con un attacco improvviso sorpresero i francesi, facendone molti prigionieri e impadronendosi anche di 50 cavalli; ma non riuscirono a scacciarli dal paese. Nel successivo mese di settembre i volontari piemontesi tentarono ancora di cacciare francesi, senza però riuscirvi. Il conte di Robella mandò alcuni parlamentari per invitare il comandante francese alla resa, ma questi rifiutò dichiarando che era deciso a resistere e battersi ad oltranza. Il 13 ottobre seguente cinquecento monferrini ripeterono l'attacco contro i francesi, tuttora chiusi nel paese, e dopo aspro combattimento riuscirono ad averne ragione obbligando i francesi ad abbandonare il paese e allontanarsi.
Nella guerra di successione d'Austria, il 10 settembre 1745 il villaggio fu di nuovo occupato da un reparto di trecento francesi al comando del cavaliere Decauvè, proveniente dal castello di Moncalvo; essi vi sistemarono il loro quartiere d’inverno, con notevole aggravio per gli abitanti a carico dei quali si doveva provvedere alla loro sussistenza. Il 25 marzo dell'anno successivo si avvicinarono improvvisamente al paese alcune compagnie di volontari piemontesi che ne diedero l'assalto e lo espugnarono dopo avere appiccato il fuoco alla porta detta del Viale (una delle due porte di accesso al castello); i francesi sorpresi dalla improvvisa irruzione e dalle fiamme che minacciavano il castello in cui erano accasermati, furono costretti a capitolare. Al capitano Raviola, comandante di una delle compagnie di volontari, furono concesse come ricompensa per l'ardita e valorosa azione, due razioni di pane vita natural durante e lire 400 una volta tanto come gratificazione; fu inoltre concessa una razione di pane per ciascuno a 40 uomini della compagnia del Raviola che si erano maggiormente distinti nel combattimento.
Il paese ebbe anche più tardi a sopportare gravi mali durante le ostili fazioni all'epoca della occupazione francese dopo l'armistizio di Cherasco del 1796, che travagliarono tutta la regione al principio del secolo passato; in detto periodo corse pericolo di essere incendiato il palazzo Amico, (l'attuale sede municipale) e fu salvato dalla energica opposizione di alcuni coraggiosi terrazzani, sostenuti dal filantropico zelo di certo signor Deodato Pastrone.


Il territorio comunale - Il territorio del comune si estende per circa duemila ettari di terreno ben coltivato e redditizio con campi di cereali e prati nella pianura e vigneti fitti e rigogliosi in collina; poco più di un secolo fa aveva ancora mille giornate di boschi e cinquanta giornate incolte. Ora quei terreni boscosi o incolti sono stati trasformati in fruttiferi vigneti e solo pochi boschi rimangono ancora nella frazione di Callianetto; in questi boschi si concentra parecchia selvaggina specie lepri e pernici; abbondanti vi si trovano i funghi ed i tartufi.
Un secolo e mezzo fa gli abitanti del paese erano costretti, causa la scarsa produzione locale a cercare lavoro altrove e specialmente verso l'autunno nelle risaie del vercellese, malgrado il pericolo di tornarsene ammalati di febbri malariche, sempre ostinatissime, in quei lavoratori infelici già in gran parte debilitati dalla pellagra.

Callianetto - Nel fitto dei boschi di Callianetto si vedevano fino a non molti anni or sono, alcuni ruderi od avanzi di una torre del vetusto castello del Salice Verde, ove la tradizione pretende che siansi rifugiate personalità di altissima stirpe durante la pestilenza di Torino nel 1832; all'estremità meridionale della regione i Certosini avevano un piccolo chiosco denominato il Bricco (pare sia l'altura ove sorge la villa Pogliani); passato poi in proprietà privata vi fu costruita una casa di abitazione.
Secondo il Decanis Callianetto fu forse costituito da abitanti di Calliano, i quali probabilmente nelle calamitose vicende civili che infestarono l'astigiana e per le lotte che quel paese dovette sostenere, siansi rifugiati in questa zona intricata e boscosa e che come provenienti da Calliano ne abbiano voluto conservare il nome diminuitivamente a ricordo della loro antica e primitiva residenza.
A questa frazione è attribuito dalla tradizione il vanto di aver dato i natali alla nostra simpatica e popolare maschera Gianduia e la località è perciò nota in tutto il Piemonte per merito della «famia tourinesa» e di quella astigiana che continuano a tenere viva la tradizione costruendo anche una casa dove si conservano i cimeli della maschera.

Frazione Stazione - Ai piedi della collina su cui sorge il capoluogo, si sta sviluppando la frazione Stazione, destinata a diventare un grande centro commerciale. Essa è posta all'incrocio delle strade provinciali provenienti da Casale e Chivasso, le quali, congiungendosi proprio in questa frazione, la uniscono poi con Asti.
Inoltre la stazione ferroviaria, alla quale fanno capo anche i comuni di Frinco, Calliano, Grana, concorre ad incrementare il commercio. In questa frazione sono sorte moltissime case di abitazione che hanno aspetto di villette e coi loro vivaci colori e giardini fioriti danno alla borgata un aspetto ridente e piacevole.
Nel 1949 è stata eretta, col concorso di tutti gli abitanti della zona, una Chiesa dedicata al Sacro Cuore Immacolato di Maria; questa sacra costruzione, pur essendo ancora in fase di ampliamento e completamento, attira a sè un numero grandissimo di fedeli che seguono con devozione le funzioni domenicali. Per ricordare il giorno della consacrazione della Chiesa, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, si svolgono in essa solenni funzioni che si concludono con una fiaccolata notturna molto suggestiva.
Nel 1952 è sorto accanto alla Chiesa un grandioso edificio costruito ed arredato secondo i più moderni criteri della pedagogia, che ospita la Scuola Media legalmente riconosciuta. Questa scuola accoglie, oltre agli alunni di Castell'Alfero, anche quelli di Calliano, Frinco, Tonco, Alfiano, Portacomaro che vi giungono in treno od in corriera rientrando ogni sera in famiglia.
Nello stesso anno e per iniziativa delle autorità comunali è sorto anche un altro elegante edificio scolastico che accoglie gli alunni delle Scuole Elementari i quali si trovano in un ambiente sano, luminoso, arioso.
Nel 1956 per volere del dott. Italo Botta, Presidente della S. A. Laterizi e Cave è stato costruito un moderno ed elegante Asilo Infantile intitolato alla fu Italo Botta Gilli, moglie del Presidente, e affidato alle Suore dell'Immacolata di Savona che dirigono già da molti anni l'Asilo del capoluogo. Questa istituzione è sovvenzionata dalla Società ed accoglie gratuitamente i figli degli operai che lavorano nella fornace oltre agli altri bambini della frazione.
La fornace di Castell'Alfero, sorta nel 1908 come azienda privata, è stata trasformata nel 1925 in Società Anonima; da allora ha avuto un notevole incremento ed attualmente lavorano in essa 150 operai; è dotata di modernissimi macchinari che le permettono di entrare in concorrenza con le maggiori fornaci d'Italia; dal 1934 è attrezzata di essiccatoi che le permettono di lavorare anche nella stagione invernale.
Accanto a questa industria, che offre lavoro a tanti Castell'Alferesi, altre ne sorgeranno in un prossimo futuro, aggiungendo così alla ricchezza agricola propria della zona anche quella data dall'industria e dal commercio.


Varie - Quei di Castell'Alfero furono un giorno testimoni di un fenomeno raro che si produsse nel secolo XVIII; i cultori di idrologia riferiscono che nei profondissimi pozzi delle case Pastrone e De Rolandis, situate nel concentrico e fra loro vicine, le acque potabili divennero improvvisamente sulfuree come quelle della Pirenta di Calliano e ciò avvenne all'epoca del terremoto di Lisbona nel 1765; il pozzo dei De Rolandis riacquistò poi la sua primitiva acqua molto buona per tutti gli usi domestici dopo il terremoto del 1807; il pozzo del Pastrone erasi nel frattempo prosciugato. Lo strano fenomeno viene attribuito all'apertura di qualche filone provocata dalla mossa tellurica, comunicante con la sorgente di Calliano.
Su fondo valle esistevano anticamente tre mulini per cereali nel territorio del comune ed azionati dalle acque del torrente Versa.
Nel concentrico sorge un bel teatro comunale; esiste pure un asilo infantile fondato dall'Arciprete don Giuseppe Molino, asilo che ha un patrimonio proprio e che unito alle offerte degli abitanti, serve al suo funzionamento; è retto dalle Suore dell'Immacolata di Savona.
Fra i benefattori del paese tiene il primo posto il can. don Pastrone che legò molti terreni alla Congregazione di carità; purtroppo gli amministratori, credendo di fare opera vantaggiosa ai poveri, nel 1920 alienarono le terre costituendo un capitale con un reddito di circa 20 mila lire, che se a quel tempo era più che sufficiente, ora con l'avvenuta svalutazione della moneta è ridotto a poco.

I De Rolandis - Questa antica terra a buon diritto si onora della popolare e ragguardevole famiglia De Rolandis, che da lungo tempo ha dato al Piemonte uomini profondamente versati nella scienza medica. Verso il 1750 il medico Giuseppe De Rolandis era uno dei più stimati insegnanti di medicina nel collegio della provincia. Il medico Giovanni Antonio, figlio di questi, fu dei primi ad introdurre l'uso del vaccino nell'astigiana e studiò l'insidiosa malattia allora abbastanza comune della pellagra e promosse l'uso delle acque solforose della Pirenta di Calliano. Benemerito della medicina fu pure il figlio di questi, Giuseppe, che fu uno dei migliori clinici della capitale piemontese e pubblicò varie memorie, specialmente intorno al «cholera morbus» quando nel 1832, in Francia e quindi in Piemonte, scoppiò questa pestilenza; oltre a diverse ricompense ebbe una medaglia d'oro, della quale fu fregiato dal Re per le sue cure durante la epidemia colerica.
A questa famiglia appartiene pure Giov. Battista De Rolandis, martire delle sue idee liberali e patriottiche, condannato a morte da un tribunale austriaco a Bologna nel 1796. A questo degno figlio di questa illustre famiglia fu dal comune di Asti dedicata una lapide, apposta sulla facciata del palazzo municipale in piazza S. Secondo, così concepita:
«La religione degli eroi e dei martiri onora G. B. De Rolandis da Castell’Alfero, avanguardia del Risorgimento italiano, giustiziato a Bologna il 23 aprile 1796 per avere sognato con Luigi Zamboni, bolognese, il trionfo del simbolico tricolore - in tempi di sopita coscienza nazionale - ridestata poscia dall'eroismo del sacrificio alla conquista degli antichi diritti della patria.
Asti superba dei suoi figli
9 maggio 1926»

Nell'ultimo decennio, per il particolare interessamento del Sindaco, col. Caldera Dario, molte opere di pubblica utilità sono state attuate nel concentrico e nelle frazioni, rendendo il paese uno dei più belli del Monferrato. Sono state asfaltate le strade che uniscono il capoluogo con le frazioni Stazione e Casotto, è stata costruita la fognatura nel concentrico e rifatto in porfido tutto il fondo stradale. Il vecchio impianto di illuminazione è stato sostituito con lampade fluorescenti ed i giardini del Castello, ricchi di alberi secolari, sono stati curati e trasformati in un bel parco ove gli abitanti di Castell'Alfero ed i forestieri che vi vengono a villeggiare trascorrono piacevoli giornate respirando aria pura ed ammirando l'incantevole cornice delle colline del Monferrato.


La Chiesa Parrocchiale - Anticamente Castell'Alfero aveva due Parrocchie e tutte e due fuori del paese, intitolate l'una a San Pietro di Cassano e l'altra a San Pietro di Lissano; esse nel 1345 dipendevano dalla Cattedrale di Asti.
Dalla relazione della prima Visita Pastorale fatta da Mons. Della Rovere nel 1570 si rileva che il Vescovo col suo seguito era venuto a cavallo e tutta la popolazione gli era andata incontro assai fuori dell'abitato; sceso di cavallo, il Vescovo, preso posto sotto il baldacchino sostenuto dai maggiorenti del paese e fra il giubilo e gli applausi ed il suono delle campane fu accompagnato alla Chiesa di Santa Maria, situata entro il paese nel recinto del castello dove avevano luogo le funzioni parrocchiali, inquantochè non solo le due Parrocchie erano distanti dal concentrico e quindi scomode, ma anche perchè esse si trovavano in pessime condizioni; una aveva l'altare semidistrutto e l'altra minacciava rovina. Il Vescovo ordinò che fossero riparate servendosi per la Chiesa di S. Pietro di Cassano del materiale del suo vecchio campanile che era stato demolito perchè pericolante; stabilì inoltre che fossero sequestrati i frutti dei due benefici finchè non fossero state ultimate le restaurazioni, alle spese delle quali doveva anche concorrere la comunità.
Anche nella visita successiva di Mons. Peruzio nel 1585 le due Chiese furono trovate sempre nelle stesse tristi condizioni; in esse non si celebrava più ed erano tenute chiuse. Mons. Panigarola nel 1588 trovò la situazione immutata e visto il pessimo stato della Chiesa di S. Pietro di Lissano stabilì che, ove non fosse stato possibile restaurarla venisse demolita, sostituendola con una Cappella sotto lo stesso titolo, servendosi del materiale ricavato dalla demolizione; ordinò inoltre che la tumulazione dei cadaveri non avvenisse più nei sepolcri della Chiesa ma nel Cimitero adiacente. Nelle Visite Pastorali del 1619 e 1627 si riscontra che mentre la Chiesa di S. Pietro di Cassano era stata nel frattempo riattata, l'altra era tuttora cadente e rovinosa; il Vescovo ripetè l'ordine di demolirla, sostituendola con una Cappella, ciò che venne fatto qualche anno dopo.
Ad istanza dell'Arciprete Tommaso De Rolandis il 13 marzo del 1706 le due Parrocchie furono riunite in una sola sotto il titolo di San Pietro di Cassano e di Lissano e ciò anche per evitare l'inconveniente della poca conoscenza che i due Rettori avevano delle anime, giacchè si celebrava sempre nella Chiesa di S. Maria e pur avendo i Vescovi stabilito che le anime delle due Parrocchie fossero in Chiesa nettamente suddivise, questo provvedimento non aveva raggiunto lo scopo di una maggior conoscenza dei fedeli da parte dei Rettori.

Da questa data dell'unificazione delle Parrocchie la Chiesa di Santa Maria diventa la effettiva ed unica Parrocchia del capoluogo; le due vecchie Chiese di S. Pietro di Cassano e di S. Pietro di Lissano sono d'ora innanzi sempre citate come Cappelle campestri nelle quali si celebrava saltuariamente per i defunti e dopo il 1730 non sono più nominate, segno evidente che erano andate distrutte.
La Chiesa che veramente già da molti anni aveva servito per le funzioni e nella quale si aveva cura delle anime era stata sempre quella di S. Maria dell'Assunta, a tre navate, che adesso era stata eretta in Parrocchia pur rimanendo il titolo del beneficio, quello di S. Pietro di Cassano e di Lissano; in essa erano conservate le reliquie di S. Bartolomeo apostolo, di S. Stefano protomartire e di S. Crispino martire. Vi esisteva un grande sepolcro per deporvi i cadaveri, giacché nonostante il divieto del Vescovo si continuava a tumulare nei sepolcri e nel Cimitero si trasportavano le ossa quando venivano sgombrate dal sepolcro; annesso alla Chiesa s'innalzava il campanile con tre campane.
Nel 1646 si ebbe un piccolo contrasto relativamente alla competenza territoriale fra il Parroco di Castell'Alfero e quello del vicino comune di Frinco: il Parroco di questo paese aveva portato l'acqua lustrale nella Settimana Santa agli abitanti delle cascine dette Rebraudate, presso il confine dei due paesi, ma entro il territorio di Castell'Alfero, a poca distanza dalla Cappella campestre della Madonna della Neve; per questo fatto il Parroco di S. Pietro di Cassano aveva protestato presso il Vescovo; il Parroco di Frinco si giustificò dicendo che vi era andato perchè quelle case erano trascurate dal Parroco di Castell'Alfero; il Vescovo dispose che d'ora innanzi il Parroco di Frinco se ne astenesse e quello di Castell'Alfero fosse per l'avvenire più diligente.
Nelle Visite Pastorali del 1696 e 1710 questa Chiesa di S. Maria era stata riscontrata un po’ vecchia, oscura ed umida e doveva perciò essere migliorata; vi mancava un sepolcro per gl'infanti e fu ordinato che i piccoli fossero seppelliti in quello vecchio già da tempo esistente e che gli altri due da poco costruiti servissero uno per i maschi e l'altro per le femmine; fu dal Vescovo constatato che la Chiesa era ben fornita di ricchi paramenti donati dal conte Amico, e di un pregiato pulpito fatto costruire da poco.
Verso il 1730 questa Chiesa fu ampliata e migliorata dietro l'altare maggiore per ottenere maggiore luce ed aerazione, ma la popolazione manifestava il desiderio di avere una nuova Chiesa. E nel 1766 essa fu riedificata dalle fondamenta, in stile barocco, pare su disegno dell'architetto Alfieri, con le sole oblazioni dei parrocchiani; nel 1804 fu ancora migliorata e poi riconsacrata; nella sua visita del 1836 Mons. Lobetti trovò la Parrocchia di eccellente struttura ed in ottime condizioni; questa Visita Pastorale era la prima che il Vescovo imprendeva dopo molti anni nei quali si erano dovute sospendere le Visite Pastorali per causa della guerra e più tardi perché era stato segnalato il propagarsi del colera che serpeggiava non lontano e minacciava di estendersi agli abitanti della provincia di Asti; ora, passato il pericolo, poteva riprenderle ed aveva iniziato con Castell'Alfero, dove l'ultima visita risaliva al 1749; fu ospitato nel palazzo della contessa Amico, nata Perrone. Il colera, cui accenna la relazione, aveva infatti infierito nel 1832 nella città e provincia di Torino.
Il Vescovo visitò le reliquie esistenti nella Chiesa: una di particole di legno della Santa Croce con lettera autentica, un'altra di particole di ossa dei Ss. Pietro e Paolo ed una terza di S. Giovanni che furono pure sigillate; mancavano però di autentica che doveva essere richiesta al Vescovado; vi si conservava anche una preziosa statua in legno della Nostra Signora del Rosario, opera del rinomatissimo Plura.
Nel 1933 la Chiesa Parrocchiale fu ampliata spostando in avanti di m. 6,30 il frontale, che fu ricostruito in stile barocco su disegno dell'architetto Giuseppe Gallo di Torino; nell'anno successivo fu abbellita con ottime decorazioni e con la costruzione in marmo degli altari del Sacro Cuore, della SS. Vergine, di S. Giuseppe e di S.Giovanni Bosco.
Il campanile, che era sempre quello costruito nel 1746 e che stonava con lo stile della nuova facciata è stato rifatto e sopraelevato a m. 46, con forma elegante e snella, confacente al frontale della Chiesa. I lavori sono terminati nel 1952 e la grandiosa opera è dovuta alla tenacia ed allo spirito di iniziativa del Parroco, don Giovanni Bechis, coadiuvato da tutta la popolazione.
Il comune, a proprie spese, ha fatto collocare sul nuovo campanile un orologio luminoso a quattro quadranti, che, di notte, pare vogliano ricordare anche ai più lontani casolari del territorio di Castell'Alfero la bellezza della concordia e della fratellanza, secondo gli insegnamenti di Gesù.

La Casa Canonica - Poiché fino al 1700 vi furono due Parroci vi erano altresì due Case Canoniche, ma erano vecchie e nel 1585 ambedue rovinate; le condizioni economiche erano tristi e non si provvedeva perciò al riattamento; solo dopo il 1600 una di esse fu restaurata mentre l'altra era sempre pericolante ed uno dei Parroci abitava nel palazzo del conte Amico. Nel 1696 erano nuovamente ambedue inabitabili e solo dopo alcuni anni una di esse fu riattata e nel 1710 serviva al vice - Curato don Nicolaro Leone che coadiuvava il Parroco don Giovanni Tommaso De - Rolandis. Questi nel 1730 con danaro lasciatogli dal suo omonimo predecessore, dopo aver ottenuto la unificazione delle Parrocchie, fece acquisto di una piccola casa vicina che incorporò alla vecchia Canonica e con opportuni lavori ottenne una dimora sufficientemente ampia e decorosa; ma anche questa non resistette molto e circa cento anni dopo, verso il 1830, essa fu completamente ricostruita a spese del comune.


Le altre Chiese minori 


Cappella di S. Sebastiano e di S. Rocco - Si trova negli airali del luogo e se ne trova cenno nella relazione della Visita Pastorale del 1585; all'epoca della pestilenza del 1630 fu dalla devozione degli abitanti ricostruita ed ampliata in ringraziamento per essere scampati al morbo nonché ai pericoli della guerra e della carestia; successivamente fu sempre trovata, come è ancora adesso, in buone condizioni.

Oratorio dell'Annunciazione della B. V. dei Disciplinanti - Risulta già esistente prima del 1480, nel quale anno fu eretto in Confraternita da Monsignor Damiano, Vescovo di Asti. Nel 1690 fu restaurato e nel 1745 ricostruito dalle fondamenta per cura della Confraternita omonima; si trova sempre in buone condizioni.

Oratorio o Cappella campestre della Madonna della Neve, detta anche di S. Maria di Viale - Nel 1619 costituiva una prebenda del canonicato della Cattedrale astese, dipendente dal Parroco di S. Pietro di Cassano che qualche volta vi celebrava. Nel 1663 era bisognosa di riparazioni e mancava di suppellettili e fu invitato don Socino, che era provvisto di questa prebenda, perché provvedesse alle riparazioni e reintegrazioni occorrenti e certamente ottemperò all'invito perché nelle successive visite fu sempre trovata in buono stato e sufficientemente provvista. Nel 1866 fu incamerata dal governo e poi venduta all'asta pubblica il 23 giugno del 1868; rivendicata dai fedeli del paese con pie oblazioni venne più tardi, il 14 agosto 1869, ceduta al comune a condizione che fosse mantenuta al culto.
La Chiesetta sorge in una leggera insenatura delle colline che costeggiano la destra del torrente Versa, al limite settentrionale del territorio di Castell'Alfero, presso il confine col comune di Frinco, ben visibile dalla strada provinciale di fondo valle, attorniata da alcuni grandi alberi. Questo grazioso tempietto, di stile gotico, per i suoi pregi artistici è dichiarato monumento nazionale; la sua costruzione risale al 1200-1300; l'aspetto di questo antico edificio sito in luogo solitario e lontano da ogni abitato desta l'attenzione e 1'ammirazione del colto passeggero.

Cappella campestre di S. Antico - Risulta costruita verso il 1625 per cura del Priore don Giovanni Maria Gallo, non molto lontana dal concentrico; dopo il 1696 non è più nominata e probabilmente andò distrutta.

Cappella campestre di S. Antonino - E' nominata la prima volta nel 1635 come appartenente ai Certosini astesi; dopo il 1730 non se ne fa più menzione; essa, forse trascurata, rovino e fu sostituita da un piloncino restaurato nel 1948 per cura del dott. Debenedetti.

Cappella campestre già della B. V. dell'Annunziata ed ora intitolata alla Natività della B. V. - Già esistente nel 1627 fu ricostruita dalla comunità nel 1695 e poi sempre mantenuta in buone condizioni.

Cappella campestre di S. Francesco - Fu eretta dalle fondamenta da Pietro Francesco Boano, di Asti, su terreno di sua proprietà vicino alla cascina Boana, verso il 1650; nel 1749 risulta passata in proprietà del marchese Roero di Cortanze, quale erede del Boano e fu da lui fatta restaurare ed al titolo di S. Francesco fu aggiunto quello di Sant'Anna; più tardi non è più nominata forse perchè nel frattempo era scomparsa.
Cappelle varie intitolate a S. Maurizio, a S. Giuseppe, alla B. V., a S. Brunone, a S. Luigi, tutte erette da privati ed alle quali si accenna nelle varie relazioni delle Visite Pastorali sono ora tutte scomparse.


La Chiesa Parrocchiale di Callianetto - La Chiesa di S. Maria dell'Annunziata di questa frazione è già nominata nella prima visita di; Mons. Della Rovere nel 1570, ma non era ancora Parrocchia e solo Cappellania. Nel 1585 dal Vescovo Mons. Peruzio fu trovata in buone condizioni; contro la volontà di quegli abitanti, i quali volevano che il loro Cappellano fosse autonomo, ciò che non si poteva consentire, il Vescovo decretò che dipendesse dalla Parrocchia di S. Pietro di Cassano e che gli abitanti, sotto pena di scomunica, non ritornassero più su tale questione; così al Rettore di S. Pietro di Cassano spettava il tenervi un Cappellano con obbligo della residenza ed a spese per due terzi degli abitanti e per un terzo del Rettore stesso. Ma intanto quegli abitanti, che mal soffrivano la dipendenza dal Parroco di Castell’Alfero, brigarono perché la loro Chiesa divenisse Parrocchia e furono abbastanza presto esauditi perché nel 1627, alla visita di Mons. Broglia, troviamo che la Chiesa è già eretta in Parrocchia e vi è Rettore don Bartolomeo Bellino.
Nel 1663 la Chiesa era male in arnese e minacciava rovina e il Vescovo ne ordinò l'immediata restaurazione, interdicendola fino a lavoro compiuto. Nel 1749 Mons. Todone la trovò in discrete condizioni pur essendo piccola, bassa e di vecchia costruzione; aveva due sepolcri, uno per gli adulti e l'altro per gli infanti ed il Cimitero poco distante; in tale visita per la prima volta questa Chiesa ha il titolo di Pievania, che poi conservò per l'avvenire. Attualmente è in ottime condizioni sia per struttura, decorazioni e dipinti pregevoli del Morgari; pure senza averne trovate notizie in proposito si arguisce che essa fu completamente rifatta nel secolo scorso e da allora ne fu sempre curata la manutenzione.
La Casa Canonica, attigua alla Chiesa, risulta restaurata e ben rimessa dal Pievano don Giuseppe Quaglia di Antignano. Accanto alla Chiesa si trova l'Asilo infantile in un piccolo e grazioso fabbricato, ben sistemato e convenientemente arredato.

Le altre Chiese minori 

Cappella campestre di S Benigno - Appartenente alla famiglia De Riccardinis; risultava esistente nel 1749 ed in buone condizioni, ora è completamente scomparsa

Cappella campestre di S. Andrea - Anche questa è nominata solo nel 1749; presso di essa abitava l'eremita Domenico Buongiovanni, nominatovi come custode dai R. A. minori conventuali di S. Francesco d'Asti. Nel 1836 non è più ricordata ed attualmente non esiste più.

Cappella campestre di S. Giovanni Battista -Della famiglia De Pola, nominata anch'essa solo nel 1749 e nella visita successiva del 1836 non se ne fa più cenno. Probabilmente nel frattempo era rovinata, ma più tardi fu ricostruita presso l'estremo limite del territorio comunale, al confine col comune di Frinco, per cura di un Sacerdote, certo don Dezani, proprietario di una casa nelle vicinanze.



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