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castello: Salone Rosso - immagini interattive 20/11/2011

Al piano nobile del settecentesco castello dei conti Amico di Castell’Alfero, ora di proprietà comunale, si trova lo splendido imponente Salone Rosso, già salone di rappresentanza della preesistente casaforte del ‘600 ed attuale sala consigliare.
Gli affreschi che impreziosiscono tutte le pareti ed il soffitto del salone d’onore furono voluti dal cadetto Giuseppe Amico (1673 – 1751) che fece imprime nell’intero ambiente decorativo del salone un suo personale sigillo, caratterizzato dalla sua brillante carriera militare.

L’aula misura circa 6 per 8 metri per un’altezza di 6,5 metri al piano di imposta.
Le quadrature ricoprono interamente le pareti fin nelle mazzette delle finestre, proponendo l’illusione di uno spazio chiuso, delimitato da soli elementi architettonici a eccezione del soffitto, aperto quest’ultimo su un finto cielo terso filtrato da un’elaborata grata composta in un ovale.
La decorazione simula una struttura architettonica a due piani sovrapposti, vincolati alle finestrature esistenti nella parete sud, uniche aperture esterne.
I quattro accessi sono costituiti da modeste aperture collocate al centro delle rispettive pareti per le pareti corte (Nord e Sud), mentre nelle pareti lunghe (Est e Ovest) risultano leggermente disassate.
La struttura del piano inferiore è fortemente marcata dai quattro ingressi, inquadrati da finti pronai fortemente aggettanti, supportati da colonne ioniche con capitello a voluta sui quali poggiano timpani curvilinei; nelle tre sovrapporte sono dipinte nature morte di diversa mano ascrivibili ai modi di Caterina Gili.
Alte paraste, accostate ai finti pronai, raggiungono da terra il piano di imposta fornendo un accentuato slancio verticale e conseguente illusione di maggiore altezza della sala.
Nelle tre pareti non finestrate sono collocate entro nicchie dipinte di sobrio disegno sei finte statue a grandezza naturale dipinte a grisaille figure allegoriche femminili rappresentanti le arti liberali (astronomia, pittura, geometria) contrapposte alle arti meccaniche (economia, architettura, fortificazione).
Ovunque disseminati nell’apparato decorativo compaiono colombe e anelli di fede (simboli di pace e amicizia, alludenti al patronimico della casata), figure araldiche identificative della famiglia presenti anche nella grande arma degli Amico campeggiante sulla parete finestrata fra affusti di cannoni e bandiere, mentre inferiormente all’arma si colloca in forte evidenza la Gran Croce mauriziana, onoreficenza ricevuta dallo stesso Giuseppe nel 1730.
Nella sala i simboli di pace sono numericamente prevalenti rispetto ad altre figurazioni marcatamente belliche come panoplie, fregi e trofei, con le quali, peraltro, convivono armoniosamente.
Nel piano superiore putti alati a grisaille si contendono gli spazi lasciati liberi da finti oculi (all’interno dei quali sono rappresentate varie attività scientifiche) e riquadri a chiaroscuro narrano storie e trionfi di Roma secondo l’uso corrente del tempo.
La volta, infine, presenta finti poggioli nei quattro cantoni ove sono collocate varie figure allegoriche a finto bronzo, mentre ninfe alate, racemi, e arabeschi a monocromo grigio contrappuntano il soffitto, adagiati su uno sfondo rosa intenso di struggente attrazione.

La sala è dunque un’aperta celebrazione delle imprese del cavaliere di Castellalfero e se non sono ancora stati dimostrati precisi rapporti di committenza con le maestranze, certamente il cadetto ebbe quantomeno l’onere di ispirarne l’apparato, sfruttando la frequente ricorrenza di motivi ispirati alle proprie vicende belliche.
Va notato che la concessione della Gran Croce al cadetto consente di collocare oltre il 1730 la data di esecuzione degli affreschi, mentre si ritiene probabile che il cantiere dell’intero edificio sia stato avviato non prima del quarto decennio del Settecento in ragione della donazione del cavaliere Giuseppe al nipote Bartolomeo avvenuta nel 1737.
 


gli splendidi affreschi delle pareti Est e Sud del Salone Rosso del castello di Castell'Alfero
(dimensioni reali dell'immagine panoramica 2239 x 600 pixel)


Gli affreschi di Girolamo Mengozzi
La presenza di Mengozzi in Piemonte è documentata nel 1733 al servizio della corte (Palazzina di caccia di Stupinigi, in collaborazione con Crosato) e nel 1749-50 (scenografie per l’opera Siroe rappresentata al Teatro Regio di Torino nel carnevale 1750).
È del tutto probabile che i cantieri della cappella del Crocifisso della chiesa torinese di San Francesco d’Assisi e del salone alferese siano il vero motivo del soggiorno piemontese dell’artista, tenendo conto che l’assenza di Tiepolo - in quel periodo impegnato nel monumentale cantiere di Würzburg - aveva ricollocato contrattualmente Mengozzi in nuovi ambiti, veneziani e piemontesi, con partner inediti o sperimentati come il Crosato.
Il pittore ferrarese, probabilmente costretto in controtendenza rispetto alla consuetudine prevalente dovette affrontare da solo l’impresa di Castell’Alfero, forse limitato da minori disponibilità della committenza.
Si può infatti notare come l’ovale della sala alferese non contenga elementi figurativi mentre le ingessate figure allegoriche a monocromo (che paiono realizzate successivamente all’intervento mengozziano) non sembrano all’altezza della straordinaria qualità delle pitture illusive.
Se la presenza non sufficientemente documentata di Girolamo Mengozzi nella cappella torinese non consentiva che labili analogie con i corrispondenti lavori nella villa comitale, un’analisi per ora soltanto sommaria consente di accostare al grande quadraturista il cantiere alferese, molto probabilmente aperto nella metà del secolo.
Risultano infatti assonanti all’intervento alferese alcuni cicli decorativi che Mengozzi realizza con Giovambattista e Giandomenico Tiepolo. Si può infatti agevolmente notare come nel vicentino Palazzo Trento-Valmarana (oggi distrutto) e nella veneziana Cà Rezzonico è quasi integralmente riproposta la struttura architettonica della sala alferese, con timpani curvi e rettilinei alternati.
Nella veneziana Cà Rezzonico, inoltre, putti a monocromo e finti poggioli negli angoli della volta sembrano usciti dal cantiere alferese e un ingombrante stemma araldico dei Rezzonico ricorda quello altrettanto appariscente degli Amico.
In Palazzo Labia compare inoltre, in una sala minore, l’identico motivo della grata a chiusura dell’ovale della volta, frutto – anche in quel caso – di un intervento condotto in assenza di reputati figuristi.
Ma a parte queste significative coincidenze, sono le idee compositive, il disegno e la splendida partitura cromatica a toni lievi che in una riconoscibile allure accostano la sala alferese al più grande quadraturista del Settecento.
Vi è inoltre un’assai singolare coincidenza tra Mengozzi e la famiglia Amico.
L’edificio comitale di Castell’Alfero presenta infatti ben sette quadranti solari (oggi solo in parte leggibili) segno della personale passione di un membro della famiglia, testimoniata dal ricco fondo astronomico e gnomonico presente nella biblioteca alferese con circa cinquanta volumi stampati tra il 1550 e il 1773.
Mengozzi, dal canto suo, oltre alle «lezioni di prospettiva» elaborate negli anni del soggiorno romano e all’applicazione della teoria delle ombre (cognizioni basilari per l’attività professionale di ogni quadraturista o scenografo) ebbe particolare attenzione per lo studio della gnomonica e di questa particolare scienza ne espose i concetti per l’omonima classe che egli diresse nell’Accademia di pittura da lui stesso fondata a Venezia nel 1730.
 


il soffitto del Salone Rosso
(dimensioni reali dell'immagine panoramica 962 x 600 pixel)



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testi tratti dal fascicolo IL DESTINO DI UN CADETTO. GIUSEPPE AMICO DI CASTELLALFERO - DALL’ARTE DELLA GUERRA A FAUTORE DELLE ARTI di Claudio Di Lascio


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