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Gianduja da burattino a simbolo del Piemonte 9/6/2010

Da lunedì 7 giugno a mercoledì 15 settembre 2010 a Torino, presso la Biblioteca della Regione Piemonte in via Confienza 14, è allestita la Mostra GIANDUJA DA BURATTINO A SIMBOLO DEL PIEMONTE curata da Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti.

Il viaggio di Gianduja raccontato attraverso due secoli di storia, che lo vedranno uscire dal teatro per diventare uno dei simboli del Risorgimento e del Piemonte.
In esposizione vi sono rarissimi documenti d'epoca tratti dalle collezioni dell'Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare: dai manoscritti di Giovan Battista Sales e Gioacchino Bellone, gli inventori di Gianduja, a marionette, cimeli, stampe, disegni, tavole originali per riscoprire la precisa funzione storica d'una maschera ormai dimenticata.

La Mostra è promossa da Consiglio Regionale del Piemonte, Biblioteca della Regione Piemonte, Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, Associazione Torino 1706.

E’ stato realizzato il catalogo della Mostra “Gianduja da burattino a simbolo del Piemonte”, pubblicato dal Consiglio Regionale del Piemonte, che trovate allegato al presente articolo.

I recapiti della Mostra:
Biblioteca della Regione Piemonte
via Confienza 14 - Torino
dal 7 giugno al 15 settembre 2010
orario: dal lunedì al venerdì ore 9.00 - 13.00; 14.00 - 16.00 - Ingresso gratuito
Telefono 011.57.57.371
e-mail: biblioteca@consiglioregionale.piemonte.it  
catalogo on-line: http://www.crpiemonte.erasmo.it  


 


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Testi tratti dal Catalogo della mostra:


PREMESSA del Presidente del Consiglio regionale
Alberto Viriglio scrive nel suo fascinoso volume Torino e i Torinesi (1898), più volte ristampato, «Gianduja non è una maschera, è un carattere» e aggiunge, traducendone liberamente il pensiero, che sotto l’apparente ingenuità il personaggio cela un’astuzia e una prontezza di riflessi non comuni.
È dotato di una grande sensibilità («sembra spaventato da un grillo» ... «piange allo spettacolo dell’innocenza oppressa») ma è anche provvisto di un coraggio e di forza a tutta prova («lotta col diavolo, non senza prima presentare le proprie ragioni»; con noncuranza «scherza col boia che lo vuole impiccare» ... «è pronto alla picchiata e picchia sodo»). Insomma Gianduja rappresenta bene il carattere dei piemontesi. E si potrebbe aggiungere, a ben guardare, non solo quello dei contadini, ma anche, in parte, degli stessi gentiluomini del vecchio Piemonte.
Un personaggio la cui genealogia inizia da lontano: come ci ricorda Luciano Gallo Pecca (Le maschere, il carnevale e le feste per l’avvento della primavera in Piemonte e Valle d’Aosta, Cavallermaggiore, 1987) i suoi antenati e i suoi caratteri affiorano già nel XVIsecolo in alcuni spettacoli teatrali e riaffiorano poi, di tanto in tanto, sino prendere più saldamente corpo e nome, come ci racconta dettagliatamente l’introduzione di questo suggestivo e ricco catalogo della mostra “Gianduja da burattino a simbolo del Piemonte”, in quel di Callianetto, presso Castell’Alfero.
Un corpo e un nome destinati a mutare in progresso di tempo, sino a divenire quelli attuali, dato che il conclamato spirito di libertà fece conoscere a Gerolamo - il settecentesco e diretto antenato di Gianduja - il peso della censura dell’invasore franco-giacobino prima e imperiale poi.
Dopo la Restaurazione Gianduja, legando la propria immagine e la propria identità sempre più alla città di Torino, diverrà un protagonista e un simbolo dell’epopea risorgimentale, pronto al sacrificio, legato alla dinastia sabauda e al bene del paese fino a giocarsi per essi tutti i propri averi e addirittura la camicia.
Un personaggio ben sulla scia dei torinesi del passato, quelli che avevano saputo nel 1706 difendersi vittoriosamente dall’attacco e dall’assedio del più potente esercito del tempo.
Dunque non per caso è stata proprio l’Associazione Torino 1706 (motore nel 2006 delle celebrazioni tricentenarie dell’assedio), alla quale aderisce anche l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare, detentore di quasi tutto il materiale esposto, a farsi promotrice della mostra, all’insegna di una continuità ideale che collega tanti momenti del passato e dei caratteri del Piemonte a partire dal suo spirito d’indipendenza.


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PRESENTAZIONE di Alfonso Cipolla
Gianduja ha due secoli di vita. Quello che però oggi rimane di lui è l’immagine esteriore, legata a un carnevale degradato, al cioccolato, al vino, alla bonomia di un volto rubizzo. Eppure la storia di Gianduja è una storia gloriosa, che s’intreccia con quella del nostro Risorgimento, in quanto simbolo del popolo piemontese artefice dell’unità d’Italia.
Le radici più autentiche di Gianduja risalgono agli ultimi anni del Settecento, così come quelle dei suoi “cugini” francesi, Guignol, Jocrisse, Jannot, Lafeaur: tutti caratterizzati come Gianduja dal codino rosso.
In quel tempo lavorava a Torino, in piazza Castello, Giòanin d’ij Osei, cantato da Angelo Brofferio quale principe dei burattinai. Il protagonista dei suoi lazzi era Gerolamo (Gironi), incarnazione dello spirito salace dei contadini piemontesi. Alla sua scuola, verosimilmente deve essersi formato il giovanissimo Giovan Battista Sales, il futuro inventore di Gianduja. Imparato il mestiere, Sales si mette in società con un burattinaio di Racconigi, Gioacchino Bellone; nel 1802 li troviamo a Genova.
La città all’epoca era sotto l’influenza francese. Napoleone, che aveva ristabilito la repubblica, ne aveva eletto il doge: Gerolamo Durazzo. Per Sales e Bellone, che muovevano un burattino che si chiamava proprio Gerolamo, doveva essere stato un invito a nozze: la satira politica è attrattiva naturale per il pubblico dei burattinai portato a rispecchiarsi nello spettacolo. Stando a ciò che sostiene Maurizio Marocco (Frammenti di storia patria, 1867), tra i primi storici ad occuparsi di Gianduja, Sales e Bellone per evitare noie con la giustizia, furono presto costretti a cambiare il nome del protagonista dei loro spettacoli, che da Gerolamo si muterà in Gianduja, pur conservandone le caratteristiche. Sull’origine
di tale nome le storie sono tante, ma tutte si perdono nell’aneddotica più fantasiosa.
Finite le repliche genovesi, Sales e Bellone girano alcuni centri minori del Piemonte, poi, padroni del mestiere, abbandonano il nomadismo delle piazze per tornare a Torino e stabilirsi in un proprio teatro. Il burattino che ora muovono presenta un nome doppio: Gironi Gianduja e come tale rimarrà per diversi anni, com’è attestato dai copioni più antichi. La tradizione vuole che in un locale di via Doragrossa (l’odierna via Garibaldi) il 25 novembre del 1808 con la commedia Gli anelli magici, ovverossia Le 99 disgrazie di Gianduja, la nuova maschera sia stata presentata ufficialmente al pubblico della capitale sabauda.
Il successo crescente porta Sales e Bellone ad aprire un teatro più grande, situato presso la Chiesa di San Rocco in via San Francesco d’Assisi, che diventerà poi Teatro Gianduja. Gli spettacoli si fanno sempre più ricchi, non solo per fronteggiare la concorrenza degli altri burattinai, ma per conquistarsi un proprio spazio autonomo nel sistema teatrale torinese, quali veri e propri imprenditori.
Anche Gianduja diventa specchio di questo cambiamento e sempre di più prenderà distanza dal vecchio Gerolamo – ancora appartenente alla tipologia del villano sempliciotto ma arguto – per diventare, non più o non solo un servo inurbato, ma artigiano o piccolo commerciante. È conquista non piccola di autonomia.
Alla notorietà di Gianduja concorrerà in seguito anche il grande Giovanni Toselli, che impersonando per alcuni anni il carattere, getterà le basi per la nascita del teatro in piemontese. Con i primi giornali satirici, come il “Fischietto” e il “Pasquino”, Gianduja entrerà nel vivo della scena politica attraverso la penna di arguti illustratori quali Redenti, Teja, Virginio, Dalsani, Silla, Camillo, Gonin…
Sales e Bellone sono ancora i detentori del burattino Gianduja, ma Gianduja ha ormai conquistato una seconda autonomia, incarnando chiaramente il popolo piemontese promotore dell’unità d’Italia.
Tra i capolavori della satira dell’epoca figurano la Via Crucis di Gianduja di Silla e Da Torino a Roma di Teja. Il primo legato al controverso bagno di sangue avvenuto nel settembre del 1864 a seguito dello scontro in piazza San Carlo tra le forze dell’ordine e la folla contraria al trasferimento provvisorio della capitale a Firenze. Il secondo teso a ripercorrere le tappe più significative del viaggio della capitale verso Roma.
Sono anni cruciali per Torino. La popolazione è enormemente cresciuta: quasi 40.000 persone la capitale aveva chiamato a sé e ora si sarebbero disperse, con grave danno non solo sociale e politico, ma soprattutto economico.
Per evitare il tracollo Torino deve reinventarsi, e in breve le sorti della città cambiano e così pure quelle di Gianduja. Torino in cerca di un nuovo ruolo nazionale si trasforma da capitale politica a capitale manifatturiera.
Si impiantano nuove industrie, prime fra tutte quelle alimentari. Tra le strategie di valorizzazione vengono fatti rinascere i Carnevali torinesi e Gianduja ne diventerà l’emblema, legando la sua immagine a quella delle varie galuperie dolciarie.
Già nel 1862 era stata fondata la “Società Gianduja”, che insieme al Circolo degli Artisti, concorrerà al rilancio d’un carnevale quale segno tangibile dell’orgoglio torinese e della nuova vocazione industriale.
Nel 1866 su “Il Fischietto” compare a firma Fra Chichibio (alias Carlo Avalle), un lungo poema intitolato Giandujeide, in cui si cantano le glorie di Gianduja. Sarà questa la scintilla che farà allestire nei carnevali tra il 1867 e il 1893 ben cinque Giandujeidi.
In occasione della prima, sempre coniugando divertimento e industria, verrà presentato dalla Caffarel Prochet il primo cioccolatino incartato: ovviamente sarà battezzato giandujotto.
Ma se i carnevali concorrono a ridisegnare il ruolo della città, Gianduja ne sarà però vittima. Legandosi alle varie Fiere e ai più disparati prodotti commerciali Gianduja perderà la sua immagine originaria, relegandosi a stereotipata maschera regionalistica. Insomma la coccarda sbiadisce per dar spazio al fiasco di vino.
Il Gianduja più autentico sopravvive, però, nei teatrini delle marionette e dei burattini. Morto Sales intorno al 1867, la sua creatura continuerà a vivere in altre compagnie: a Torino verrà ereditata dai Lupi, mentre Razzetti, i Rame, i Burzio, i Marengo, i Niemen, i Gambarutti… porteranno Gianduja per tutto il Piemonte, e non solo, rimanendo gli unici depositari di una tradizione plurisecolare.
Ormai da un decennio l’Istituto per i Beni Marionettistici e il Teatro Popolare ha avviato un articolato progetto di ricerca volto a ricostruire la figura di Gianduja e le sue svariate interconnessioni con la cultura e storia del Piemonte e nazionale. Sono moltissimi i documenti recuperati, una campionatura dei quali formano l’oggetto di questa esposizione.
Per valorizzare e mettere a disposizione i ricchi materiali raccolti – tra cui spiccano i manoscritti di Sales e Bellone – l’Istituto ha in animo di trasformare le sale espositive della propria sede, presso la settecentesca Villa Boriglione nel Parco Culturale Le Serre di Grugliasco, in un moderno e multimediale Museo Gianduja, come da progetto già approntato.
Molti sono i nodi insoluti e le contraddizioni che attendono risposte. Certo è che non si può parlare di un’unica storia di Gianduja, ma di tante storie.
Il Gianduja del teatro, pur con caratteristiche apparentemente simili, non è il Gianduja dei giornali satirici, e nello stesso teatro bisogna distinguere tra le compagnie nomadi, più legate al mondo contadino, e quelle stabili dialoganti con un pubblico borghese. Il Carnevale poi è pagina ancora differente.
Il sottotitolo di “Codino rosso”, gianduiesco settimanale satirico della prima metà Novecento, così riporta: «Rosso, ma Codino. Codino, ma Rosso». Un chiasmo e un ossimoro per ricordarci che Gianduja è rivoluzionario ma conservatore, conservatore, ma rivoluzionario.



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