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libri: STORIE DI ROSE ANTICHE 11/6/2010

È stato pubblicato nell’aprile 2010 il libro STORIE DI ROSE ANTICHE scritto dal professor Piero Amerio ed edito dalla Tipografia Parena di Mombello di Torino, su iniziativa dell’Associazione Amici del roseto.
Il volume, presentato al Salone del Libro 2010, è stato stampato in formato 22x28 cm, ha 198 pagine e contiene in copertina e all’interno moltissime immagini di rose (193 fotografie e 38 disegni - dipinti).

Amerio è il proprietario del Roseto della Sorpresa che si trova a Serra Perno, frazione di Castell’Alfero, nel quale egli stesso ha raccolto, nell'arco di circa trent'anni, una collezione di rose botaniche ed antiche che è oggi una delle più complete esistenti in Italia.
Nel roseto sono presenti complessivamente 500 piante di rose, fra cui varie rose hymalaiane, cinesi senza profumo, rose dei confini del Messico, rose europee.

Il libro, il cui ricavato sarà utilizzato per la manutenzione del Roseto della Sorpresa, è acquistabile in zona direttamente presso il Roseto castellalferese od il Comune di Castell’Alfero con lo sconto del 20%, oppure presso i Vivai Pregno di Asti.



INDICE

- Prefazione di Ernesto Ferrero
- Introduzione
1. Il nome, il fiore
2. Rose antiche e rose moderne. Specie e varietà orticole
3. Entriamo nel genus rosa
4. L'inizio delle storie
5. Piccola storia della Rosa sancta
6. Le Roman de la Rose
7. Un omaggio all'Eglantine (e a qualche altra rosa selvatica)
8. Le rose della Madonna
9. Locus amoenus: rose e poeti
10. La rosa bianca e la rosa rossa
11. Storie di rose d'Oriente
12. Signore dei giardini
13. La stagione felice delle vecchie rose europee
14. L'incantesimo cinese
15. Opulente vittoriane e charme fin de siècle
16. Rose selvagge, domestici fiori
17. Tra antico e moderno
18. Autunno, Inverno e Congedo
- Il Roseto della Sorpresa nel paesaggio astigiano e monferrino, di Marco Devecchi
- Bibliografia
- Indice delle rose 


 


INTRODUZIONE
Storie di rose antiche, cioè di rose lontanissime nel tempo come sono le specie selvatiche che risalgono a migliaia (milioni) di anni fa, e di varietà orticole, cioè di rose prodotte dalla mano dell'uomo, che, pur avendo origini assai meno lontane, hanno dietro di sé qualche secolo: un pugno di sopravvissute delle moltissime che erano e che ormai, scampate alla strage del tempo, oggi cerchiamo di conservare. Non solo per ragioni storiche, diciamo così, ma anche per la loro diversa bellezza rispetto alle rose di oggi. Ove diversità non implica giudizi di valore, ovviamente, ma preferenze personali, per la forma delle piante e dei fiori, per il modo di disporsi, per i colori, per i profumi.
Storie di rose che noi raccontiamo, mediante l'analisi dei documenti che ci parlano delle piante, ma anche di persone, e di eventi in cui rose e persone sono state coinvolte. Scienziati, letterati, storici, botanici, pittori e poeti: protagonisti della nostra cultura, insomma, quale vissuta anche nel quotidiano, da chi con le rose onorava gli dei umanizzandoli, celebrava occasioni di festa o di dolore, amori vissuti e ricordi di amori perduti. È una documentazione amplissima che risale al greco Teofrasto e prosegue, in crescendo, attraverso il Medioevo e l'Età Moderna, sino a noi: il lettore potrà trovare nelle citazioni ampia materia di approfondimento.
Ma, anche, storie che le rose, creature viventi, raccontano a noi mentre le curiamo nel nostro roseto, o quando, nella frescura del mattino e nelle sere profumate, stiamo semplicemente ad ammirarle. Sembra allora di coglierne il parlottare tra loro, sommesso e segreto, ma pieno di cose. O forse sono i suoni del vento, il cadere delle gocce di rugiada, il battere d'ala d'un uccello o il fruscio d'una lucertola in fuga: voci del giardino, insomma, che ci piace immaginare come voci delle rose.
Il giardino cui alludo non è generico, né astratto, ma quello nostro, concreto, in cui le protagoniste del libro crescono e fioriscono: il Roseto della Sorpresa. Da questo, con una piccola eccezione (grazie alla cortesia del Vivaio La Campanella) provengono tutte le immagini delle rose che ci accompagneranno. Mi è sembrato giusto che fosse così perché libro e roseto sono intimamente connessi tra loro, ed entrambi con il mio mondo personale: con la mia famiglia (moglie, figlia e nipote), con i miei amici, con quanti hanno condiviso e condividono la cura (materiale e non) del Roseto. Ed anche con il ricordo delle persone che non sono più, e che mi sono state care.
È un libro sulle rose antiche, e non un «trattato» o un «compendio». Tuttavia ho seguito criteri rigorosi, condivisi dalla comunità scientifica e dalle discipline orticole, nel presentare specie, sezioni, raggruppamenti, origini delle rose, e nel darne la loro descrizione. Anche questo, spero, servirà ad orientare il lettore appassionato e desideroso di approfondire, con l'augurio di incontrarlo tra le nostre rose.



PREFAZIONE di Ernesto Ferrero
Questo libro di Piero Amerio non ha bisogno di una presentazione, perché è chiaro, esplicito e trasparente nei suoi intenti e nella sua struttura, bilanciato com’è tra storia e botanica, autobiografia e oggettività, riferimenti culturali e informazioni scientifiche, piacere della narrazione e scheda tecnica, mito e simbolo. La passione e la competenza del suo autore, prima ancora di fissarsi sulla carta, si sono materializzate da tempo in quel Roseto della Sorpresa, sulle dolci colline del Monferrato, che è fonte di delizie e consolazioni inenarrabili per lui, per chi lo sostiene e per gli amici in visita.

Se ho accettato di scriverne, è per testimoniargli la nostra simpatia, ammirazione e gratitudine. Il plurale comprende mia moglie Carla, anche lei fervente cultrice di rose, dalle cui conoscenze mi sento garantito, ma credo di poterlo allargare anche agli estimatori del Roseto, i quali troveranno in queste pagine gli approfondimenti che costituiscono il naturale complemento e completamento delle loro frequentazioni. Tanto meno avrebbe bisogno Piero di certificazioni sul versante della scrittura, perché accanto alla sua ben conosciuta e apprezzata attività di psicologo sociale ha coltivato una notevole vena poetica che lo situa grosso modo in un’area post-montaliana. Si leggano in proposito le pagine assai fini che Giorgio Ficara gli ha dedicato ad apertura della raccolta Veglia nell'età con paesaggi (Magma, Napoli 1999). In quel libro non potevano mancare versi dedicati alle rose e all'amata nipote Viola: "Già gonfi i bocci delle centifoliae/ e l'intravisto porpora/ tra le crestine delle galliche,/ rose pesanti piegate dalla pioggia/ di stagione infida..."

Stabilita la superfluità di questo scritto, vorrei approfittare dell'occasione per interrogarmi sulle molle segrete che agitano le passioni dei collezionisti, e di quello speciale collezionismo che riguarda le rose. Credo si tratti di una passione che ne comprende e riassume molte altre. La prima e più ovvia motivazione è di tipo estetico. La rosa è il fiore per eccellenza, il combinato di forma e profumo crea un incantamento al quale è facile abbandonarsi, e che addirittura deve essere inscritto nel nostro codice genetico, tanta è l'immediatezza con cui riconosciamola rosa come qualcosa che fa parte della nostra identità personale e famigliare, una di quelle esperienze gratificanti (penso alla grande arte e alla grande musica) che ci mettono in pace con il mondo e con noi stessi.

La seconda è di tipo storiografico e narrativo. Ripercorrere le vicende e l'evoluzione delle singole specie significa intraprendere un viaggio nel tempo, addirittura nelle età preistoriche, se è vero che le rose sono attestate tra i trenta e quaranta milioni di anni prima di Cristo, dunque ben prima della comparsa dell'uomo nell'Africa centrale.

Pochi altri esseri viventi hanno una storia così antica e complessa. L'intera evoluzione umana potrebbe essere raccontata attraverso la rosa. Viaggiando con la rosa possiamo risalire fino alla Cina, e di là seguire il cammino delle carovane verso Occidente, magari con puntate francamente imprevedibili, come quella in Abissinia, come è avvenuto per la cosiddetta Rosa Sancta, che pare vi sia stata portata dall'apostolo fenicio San Frumenzio.

Non solo: la rosa ha il posto di rilievo che sappiamo nelle arti figurative e in letteratura, nelle culture d'ogni civiltà, nell'iconografia religiosa, perché il ventaglio di opzioni simboliche che offre è sterminato, nel campo del sacro come in quello del profano. Prima ancora di essere raccontate, le rose raccontano, e la loro stessa antichità è garanzia di meraviglia. Come Amerio ci ricorda, già Leopardi aveva osservato che "l'antico è il principalissimo ingrediente delle sublimi sensazioni". Piero si dichiara rigorosamente bi�partisan, e non vorrebbe fare preferenze tra rose antiche e rose moderne, ma non ha difficoltà a confessare il suo amour fou per le antiche, siano esse le galliche, le canine, le eglanterie, le arvensis, le sempervirens.

D’altra parte questo libro ha molti punti di contatto con il trattatello stendhaliano sull’amore. Come Stendhal, Amerio vive in una situazione di innamoramento perpetuo. Al pari di un sultano nel suo harem, di tutte si incanta e tutte vorrebbe amare, dalla molle opulenza rubensiana della damascena alle specie più segrete, appartate, elusive, le altere che resistono agli assalti più focosi. Amerio potrebbe essere un personaggio di Choderlos de Laclos, una sorta di Valmont sorpreso nel pieno del suo assedio seduttivo a una gallica, la virtuosa Madame de Tourvel. Senza dire che in una storia dell’erotismo, la rosa avrebbe diritto a un capitolo appropriato. Basta pensare ai compiacimenti della fantasia nomenclatoria che s'è sbizzarrita con le rose, o alle metafore che accompagnano la descrizione delle corolle e dei profumi. Ogni nome è un racconto in miniatura, un ritratto di signora, la promessa di un delirio: Boule de neige, Jenny Duval, Fantin-Latour, Blancbe Moreau, Zoe, Félicité et Perpétue, Marie-Louise, Perle d'Or, Ballerina, Penelope, Vanity, Clair Matin, Crépuscule, Albertine... Nei nomi c’è tutto. Come non giurare eterno amore a chi promette una doppia ed eterna beatitudine, Felìcita e Perpetua?

In compagnia di Amerio, sul palcoscenico del teatro della rosa ritroviamo una variopinta quantità di attori o agenti: scienziati, botanici, pittori, scrittori, viaggiatori, coltivatori, devoti e, appunto, collezionisti agitati dal demone della completezza. Ogni volta è un tuffo al cuore ritrovare una rosa in Teofrasto, Ovidio, Virgilio, Apuleio, Dante o in Shakespeare. È l'emozione che provano gli archeologi quando riportano alla luce uno di quei reperti che cambiano la storia di una civiltà, e in quell'istante dimenticano le fatiche dello scavo. È come accogliere messaggi in bottiglia che hanno viaggiato per secoli; è ritrovare le emozioni e gli incantamenti di fratelli persi nelle sabbie dei millenni.

La rosa rappresenta la più naturale e ovvia delle possessioni diaboliche, e l'invasamento di cui sono vittima i suoi cultori è in tutto simile a quello dei bibliofili, così ben descritto da Umberto Eco e da Giuseppe Pontiggia attraverso l'osservazione di se medesimi. Identici sono i vagheggiamenti del pezzo che ancora manca, le ricerche sui cataloghi, gli inseguimenti, gli appostamenti, i colpi di fortuna, le prede sfuggite per un soffio, le conseguenti frustrazioni. Identica la voglia di riprovarci sempre, di non abbandonare la caccia.

Bibliofili e rosòmani (chiedo scusa di un neologismo alquanto goffo) condividono dunque le stesse utopie. Pontiggia ce ne ha lasciato un catalogo debitamente autoironico. V’è chi cerca nel libro (nella rosa) un elemento di salvazione, un’improvvisa illuminazione; chi insegue l’utopia della completezza. Ovvio mirare alle Opere complete, e dunque anelare a raggiungere tutte le rose antiche che ancora sopravvivono, ivi comprese quelle che magari non sono state ancora censite.

Non meno rilevante è l’utopia dell'eternità. La dimestichezza con i millenni fa vedere il collezionismo come una pratica magica che ha il potere di rimandare la morte. La morte dovrà attendere, perché finché siamo impegnati in qualcosa di molto più importante, la caccia a un titolo (a una rosa) introvabile, così come Sherahzade avrà salva la vita continuando a raccontare. E quale racconto più interminabile di quello delle rose? Esse favoriscono la meditazione sul Tempo, sul rincorrersi delle ere e delle generazioni, sul ruolo limitato che vi ha il singolo e sul conforto che si può trarre dall'epifania della Bellezza, quei lampi d'assoluto che di quando in quando sembrano conferire un senso plausibile all’esistenza. "Noi e il mondo in travaglio passiamo", dice Yeats, la rosa, con il suo "volto incomparabile", rimane. È lo stesso incanto prodotto dal movimento ipnotico delle onde del mare.

Tra le utopie condivise c'è anche quella dell'onnipotenza, perché chi accumula una biblioteca o chi costruisce un roseto è convinto di poter controllare e signoreggiare l'universo. Entrambi si sentono onniscienti, attributo che amano condividere con Dio, quell’altro collezionista, anche se uscendo dalla biblioteca o dal roseto essi tornano ad essere la parte minuscola di un Tutto che continua a sfuggire a loro e a noi spettatori.

Più comprensibile la sensazione dell'onnipresenza. Il lettore e il collezionista di rose possono vivere contemporaneamente in molti luoghi, il paese di Proust bambino, la Russia di Tolstoj, l'Alaska di Jack London. Possono aggirarsi beati nei giardini dell'antica Cina, di Baghdad e dell'Istanbul di Maometto II, possono flâner nel parco della Malmaison, se sono disposti a seguire l'imperatrice Joséphine nei suoi capricci, magari in compagnia del sommo pittore Redouté.

Infine la rosa è il luogo d'elezione di quell'arte combinatoria per eccellenza che è l'ibridazione. Visitando i maestri floricoltori di Liguria, capaci di operare anche diecimila incroci per arrivare a una specie nuova, ho creduto di capire meglio il modus operandi di Italo Calvino, figlio di due illustri pionieri della botanica italiana. Il giovane Italo decise di non seguirne le orme scientifiche, più che altro per avere il pretesto di allontanarsi da due genitori troppo ingombranti. E tuttavia introiettò il loro abito scientifico applicandolo alla scrittura. Imparò da loro il rigore mentale e metodologico, l'esattezza delle misurazioni, l'attitudine classificatoria, l'abitudine a inscrivere la realtà in un scacchiera di relazioni. Calvino è un giardiniere della penna che non lascia nulla al caso. Disegnava su carta il progetto di certi suoi libri, come Le città invisibili o Il castello dei destini incrociati, come avrebbe potuto fare un architetto, e noi oggi li possiamo guardare anche come il disegno d'un metaforico roseto.

Anche nella scrittura l'arte della potatura è essenziale. Mario Calvino aveva insegnato ai contadini del sanremese una tecnica di potatura che porta il suo nome e di cui ancora si parla. Quel che il figlio predicava a proposito del dovere-piacere artigianale delle cose ben fatte vale tanto per la pagina scritta che per la floricoltura: "Puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione, le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del tanto per fare... Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno".

Caro Piero, nel nome di Calvino, ormai diventato un classico, una rosa antica che non sfiorisce, ti dico ancora una volta la nostra gratitudine e pregusto sin d’ora le meraviglie della prossima fioritura del Roseto della Sorpresa.



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