benvenuto su Castell'Alfero.net
Scopri Castell'Alfero > CENNI STORICI

I beni della Chiesa tra Rivoluzione e Restaurazione 28/7/2006

Il vento impetuoso della rivoluzione che dalla fine del Settecento spirò in Europa per 25 anni, tra guerre, lutti e alterazioni geografiche, portò anche alla dispersione degli immensi patrimoni ecclesiastici che si erano formati nel precedente millennio.
L’Italia e il Regno di Sardegna non furono escluse dal fenomeno, né tantomeno Castell’Alfero, che si affacciava infeudata al XIX secolo.
Le alienazioni dei beni ecclesiastici, effettuate tra il 1800 e il 1814 e definite genericamente come vendite “napoleoniche” (ma già prima sperimentate dal governo sabaudo) furono via via perfezionate trasferendo dalla proprietà ecclesiastica a quella privata 37.038 ettari di superficie terriera per un totale di 66.255.991 lire dell’epoca, costituendo il preludio alla totale soppressione degli enti religiosi, progressivamente realizzata durante l’occupazione francese.
In Piemonte venne così a scorrere un copioso fiume di denaro che sopperiva alle carenze finanziarie croniche prima del governo piemontese e poi di quello transalpino.
Ad avvantaggiarsi della situazione furono quegli acquirenti che potevano distinguersi per capacità finanziaria, intraprendenza, opportunismo: il ceto nobiliare, sicuramente (pur non proporzionalmente alle reali possibilità economiche dei suoi membri), ma anche proprietari terrieri, professionisti, commercianti, impiegati e affittavoli.
In Castell’Alfero i risultati di vendita delle proprietà di enti religiosi furono così ripartite:
Agostiniani di Asti, 50.455 mq di boschi;
Barnabiti di Asti, 416.232 mq di cascina e campi;
Capitolo della Collegiata di Asti, 22.800 mq di campi;
Certosini di Valmanera, 2.828.388 mq tra mulino, cascine e campi;
Clarisse di Asti, 94.179 mq di boschi;
Domenicani di Asti, 43.934 mq di boschi;
Minori Conventuali di Asti, 56.620 mq di campi;
Ordine di Malta, 210.826 mq tra cascina e campi,
per una superficie complessiva di 3.723.434 mq (quasi un quinto dell’attuale estensione del paese!) ad un prezzo di 288.890 lire vecchie di Piemonte (per le vendite precedenti il luglio 1802) e 108.001 vecchi Franchi francesi (per i contratti posteriori).
Nel nostro paese nessun acquirente di quei beni era proprietario terriero e solo quattro erano i residenti: Giuseppe Boano, Maurizio Negro, Giovanni Battista Oggero e il notaio Deodato Pastrone. Altri compratori provenivano da Asti, come Luigi Bonino, don Gregorio Giordano, I beni della Chiesa tra Rivoluzione e Restaurazione Bernardo Montricchio, Gerolamo Nasi e Giuseppe Pogliani (gli ultimi due commercianti), mentre altri ancora risultano essere l’Avv. Giuseppe Bertalazone, don Stefano Brunone, Nicola Guy di Castellazzo, Domenico Pastrone (giudice di pace di Montechiaro) e Giuseppe Vacchetta di Felizzano, commerciante.
Il conte Carlo Luigi Amico di Castell’Alfero non acquistò beni nel suo paese.
Al tempo della prima vendita (23.11.1800) era Ministro plenipotenziario ad Amburgo e pur risultando possedere uno dei più cospicui patrimoni del Piemonte si limitò ad acquistare un edificio, due cascine e vari terreni nei comuni di Asti, Scurzolengo e Sessant.
Tra le transazioni più importanti operate sul nostro territorio emerge quella effettuata dall’Avv. Bertalazone, che il 27 luglio 1800 acquistò proprietà dei Certosini ad un ammontare di 263.600 Lire vecchie di Piemonte per un’estensione di 2.681.228 mq., il più ampio latifondo alienato in Piemonte durante 15 anni di vendite.
Per avere un’idea della consistenza finanziaria dell’operazione basti pensare che a quel tempo era stimato come molto alto un patrimonio di 150.000 lire, vantato da un banchiere come il torinese Sebastiano Giani.
Ancora da evidenziare è l’acquisto del già citato Pogliani.
Nato nel 1770, esponente di una famiglia astigiana di banchieri e professionisti, simpatizzante giacobino, poi maggiore della Guardia Reale e consigliere del Comune di Asti, il 3 febbraio 1810 Pogliani acquista una cascina in località poi chiamata “Bricco Pogliani” costituita da abitazione, rustico e chiesa, già appartenuto all’Ordine di Malta. Costato ben 31.500 vecchi Franchi francesi per un’estensione di 202.692 mq., il fondo sarà successivamente venduto ad una famiglia del luogo.
Tra i nostri concittadini più intraprendenti non possiamo dimenticare il notaio Deodato Pastrone (anch’egli giacobino, detenuto in Asti e schedato dalla polizia), che investì in una cascina di Calliano di 237.570 mq., già dei Certosini di Asti, ben 14.100 vecchi Franchi francesi.
Dopo il furore rivoluzionario la Restaurazione cercò di rimediare alle imponenti lacerazioni fondiarie imposte ai religiosi ma non alterò se non in minima parte la situazione costituita, preparando anzi il campo alla legge Siccardi, che dopo circa quarant’anni avrebbe cancellato il patrimonio fondiario del clero, non solo piemontese, chiudendo definitivamente un’epoca.


---------------------------------------------------------------

testo di Claudio Di Lascio tratto da Noi di Castell’Alfero – n° 0 dicembre 1999



Questo articolo proviene da Castell'Alfero.net
http://www.castellalfero.net/public/x

l'URL di questo articolo e':
http://www.castellalfero.net/public/x/modules/mysections/article.php?lid=208